Solo bagaglio a mano è forse il miglior libro che abbia letto lo scorso anno. Usa la metafora del bagaglio per parlare della vita e, per uno che ama viaggiare leggero come me, è la coincidenza perfetta. Seguono alcume citazioni, commentate.

“Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. Sull’ultima sillaba era già ripartito. La guerra civile, i cecchini gli avevano insegnato qualcosa che si può applicare anche a circostanze meno drammatiche: se ti sposti sarai più difficile da abbattere. Se resti nella stessa casella, stesso quartiere, lavoro, gruppo familiare, quel gran tiratore che è il destino avrà più agio nel prendere la mira.

I significati che cambiano con la latitudine, niente di più vero. Già il solo ridere in chat. C’è chi ride con yeyeye, chi con 55555.

Se tutto è diverso a diversa latitudine, diventa inutile portarsi le proprie bussole, i vocabolari, i modi di pensare. Ogni cosa si modifica: anche il tempo, il significato delle parole, perfino quello delle emozioni.

Darsi dei limiti è un vantaggio e non un… limite

I limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità.

Se decidi di viaggiare leggero ti devi dare delle regole e le regole non complicano la vita, semmai l’opposto.

L’indispensabile. Ciò o colui che si adatta facilmente. Quel che davvero ci piace. Di fronte a una valigia grande si tende a riempirla con “quel che ci sta”. Nel bagaglio a mano entra “quel che si vuole”.

Meno è meglio, slogan ormai datato, ma sempre attuale

Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto, nel tuo guardaroba, esorbita. Di quanto, nella tua vita, esorbita.

Non tutto deve essere esibito, ma tutto deve essere reperibile. Tutto è dentro di noi, da qualche parte, non chiuso ma riparato da una cerniera. E qualche volta è bene che stia lì, nel suo scomparto, pronto all’uso, da estrarre quando servirà. L’esibizione di beni, risultati, talenti non è soltanto stucchevole, è anche controproducente. La luce li opacizza, l’invidia li sfregia, il tempo li logora. Proteggerli in apposite custodie è un riguardo, di più: una forma di saggezza.

Non possiamo prevedere tutto, non possiamo controllare tutto, ma possiamo prevedere che succederà un imprevisto.

Avverte il “guru del viaggiare leggero” che nessun fagotto può essere a prova di pieghe o altri danni. E anche questo va sempre tenuto presente: nessuno può proteggere nessuno da tutto e tutti.

Il viaggio, la vita sono imprevedibili. Per questo, anche dopo aver concepito il piano perfetto, occorre averne un altro. Eccolo lì, nel mio bagagliaio: il piano B.

Avere sempre con sé il piano B, conservare un lato flessibile, adattarsi a quel che non si era progettato o teorizzato, equivale a sedersi a fianco dell’uscita d’emergenza, pronti a entrare in azione “nel malaugurato caso di ammaraggio o atterraggio di fortuna”, come recitano le hostess.

Libri, libri. Nell’ultimo anno ne ho regalati (dati via) forse 200.

C’è bisogno di traslocare per rendersi conto che basta la metà degli indumenti, che decine di libri già letti e nemmeno amati sono un ingombro per scaffali? C’è bisogno di perdere qualcuno per ammettere che a sera un abbraccio vale più di uno scatto di carriera?

Fare a meno

Chi accumula fa del male anche a te, digli di smettere.

Come Nicky, tutti noi abbiamo troppe cose che non ci servono o ci portano sulla strada sbagliata, bagagli troppo pesanti che ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il meno ci spaventa. Eppure, “fare a meno” è un verbo da coniugare con esultanza.

Il networking fine a se stesso. Si può combattere e vincere

È intuitivo che si possano rifiutare molte delle cose che si ricevono (dimmi, che cosa ne fai davvero dell’annuale agenda che l’impiegato della tua banca ti porge a Natale? Le tieni tutte su uno scaffale, bianche le pagine, ordinate per anno?). Ma si possono rifiutare anche inviti (dimmi, che cosa ci vai a fare a quella cena, per essere visto, per poter dire di esserci stato?), apparizioni (fai quello che fai perché ci credi o per farlo credere?), promozioni (dimmi, vuoi davvero lavorare di più e guadagnare di più per procurarti un garage più grande, un fegato più grosso e, alla fine, un funerale più costoso?).

Se pensi di contare qualcosa perché, entrando nella “location” di un “evento” stringi più mani e vieni riconosciuto da più persone, sappilo: quello che conta veramente è il tipo di cui si stanno chiedendo con preoccupazione chi diavolo sia. Lui, tra l’altro, è vestito meglio di te.

L’ambizione può essere anche quella di avere il necessario e non sempre di più

Esiste una figura retorica a cui tendere: si chiama sineddoche. Indica una parte per il tutto. Realizzare la sineddoche di noi stessi è un obiettivo virtuoso. Significa non identificarsi attraverso una molteplicità di segni, oggetti, valori, ma tendere a uno, autoridursi nello spazio, concedersi meno tempo: essere, non ingombrare. È un progetto privo di ambizione? Tutt’altro.

L’ambizione verticale ha il paraocchi: vede solo avanti, in alto. Personalmente, sono sedotto da un’ambizione opposta, orizzontale. Invece di carriera, esperienza. Invece di riconoscimenti, conoscenza. Ho sperimentato lavori che mi tenevano fermo in luoghi dove ci si scannava per salire. Li ho abbandonati per viaggiare, perdendo occasioni e posizioni.