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La sfida del mese di febbraio: nessuna attività sul social web

 

Per tutto il mese di febbraio mi asterrò dal pubblicare qualsiasi contenuto sul social web. Un esperimento necessario, per valutarne l’impatto.

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Spesso diamo per scontato che abitudine consolidate non possano cambiare. Altrettanto spesso siamo portati ad assumere comportamenti diffusi, nella vita personale e nel lavoro, perché tutti (o quasi) lo fanno, quindi perché andare contro corrente?

L’inizio del mese è una occasione per sfidare se stessi a cambiare qualcosa della propria vita e vedere che succede. Sarò capace di concludere il mese senza tornare indietro? Quali saranno le conseguenza, positive e negative, di questo cambiamento? Vivere con il pilota automatico non è mai stata una mia ambizione. Cosa diversa, tra l’altro, dall’avere una routine del mattino.

Nessun aggiornamento social

Per il mese di febbraio sono nelle condizioni di poter sperimentare l’azzeramento di qualsiasi attività sul social web. Non ho eventi pubblici in calendario, né attività programmata per conto di clienti, né contenuti indispensabili da diffondere. La condizione ideale quindi per mettere in stand-by i miei profili, interrompere qualsiasi automatismo e ignorare l’esistenza del mio profilo Twitter, della mia Pagina Facebook, del mio profilo su LinkedIn e di quello su Instagram. Nella realtà si tratta in verità di limitare ulteriormente l’impegno su Twitter, unico canale dove pubblico contenuti originali, e non promuovere in automatico i contenuti di Pandemia su Twitter, Facebook e LinkedIn. Instagram è già in sonno dall’inizio dell’anno, così come il mio profilo personale su Facebook.

Quale lo scopo di questo esperimento?

Il primo è controllare lo stimolo a prendere lo smartphone e condividere qualcosa online, da un articolo in lettura alla foto di qualcosa che sta succedendo. Niente condivisione, niente interazione, niente notifiche, niente interruzioni. Più attenzione, più concentrazione, più lettura, più valore per me e non per altri.

Il secondo è valutare l’impatto sulla visibilità delle mie attività online e indirettamente l’impatto sul mio lavoro. Da consulente nell’uso dei social media per marketing e comunicazione, dopo aver cominciato a usare questi strumenti 10 anni fa e più, ritengo utile verificare puntualmente il ritorno del tempo investito nel gestire il proprio (il mio) personal branding.

Una persona è una persona e non è un brand Condividi il Tweet

Non credo più nel personal branding. Una persona è una persona e non è un brand. Ragionare come brand, nella maggior parte dei casi, significa perdere di umanità e piegare la propria immagine pubblica, in maniera artefatta, pur di farsi notare, lavorare o vivere di vita riflessa.

Tra un mese trarrò una conclusione, tale da valutare come continuare la mia attività professionale online, investendo al meglio tempo ed energie.

Nel frattempo continuerò ad aggiornare questo blog e Pandemia, oltre alla newsletter, come ho sempre fatto anche prima dell’avvento dei social network. Se mi segui su Twitter, su LinkedIn o su Twitter e non vuoi perderti nulla, abbonati al feed RSS o alla newsletter.

P.S.

Ho smesso ormai da mesi di fotografare ciò che mangio e condividerlo online. Ho acquisito la consapevolezza di ciò che mangio, grazie alla dieta vegetariana.