Scendere dalla ruota del criceto o del black friday dell’anima

L’inizio del 2019 coincide con un periodo di cambiamento e di trasformazione iniziato alla fine dello scorso anno. In realtà è in corso da più tempo, seppur frenato dall’inerzia di alcune rendite di posizione, ma alla fine del 2018 ho preso maggiore consapevolezza dell’urgenza di questo cambiamento professionale e ho cominciato a scriverne in pubblico, seppur in un ambiente intimo che percepisco più protetto delle pagine di questo blog (almeno per ora), ovvero la mia lettera (o newsletter, se la vuoi chiamare così).

Oggi di fatto comincia il mio anno professionale, dopo un periodo di pausa coinciso con le feste di fine anno, dedicato alla lettura, al riposo, al cinema e agli amici, oltre che alla famiglia, almeno in parte. Un nuovo inizio che voglio documentare anche qua, perché magari è utile a qualcuno che sta vivendo un periodo simile e perché può essere utile anche a me, per raccogliere le idee mentre scrivo e lasciare una traccia che posso riprendere in momenti successivi.

Sul cosa fare ho qualche idea. Sul cosa non fare, ho le idee molto più chiare.

Almost everyone I know now has some kind of hustle, whether job, hobby, or side or vanity project. Share my blog post, buy my book, click on my link, follow me on Instagram, visit my Etsy shop, donate to my Kickstarter, crowdfund my heart surgery. It’s as though we are all working in Walmart on an endless Black Friday of the soul.

Ho azzerato la mia presenza su Facebook e su Instagram. Ho ridotto la mia presenza su Twitter alla diffusione di link dei miei blog. Ho deciso oggi di ridurre anche la mia attività su Goodreads, limitandomi alla classificazione dei libri letti e poco più. Se non ho chiuso definitivamente, certamente voglio prendermi una lunga pausa dal Black friday dell’anima, che corrisponde al vendersi continuamente online. Per chi fa il freelance è forse inevitabile, ma c’è modo e modo.

Like many modern workers, I find that only a small percentage of my job is now actually doing my job. The rest is performing a million acts of unpaid micro-labor that can easily add up to a full-time job in itself. Tweeting and sharing and schmoozing and blogging. Liking and commenting on others’ tweets and shares and schmoozes and blogs. Ambivalently “maintaining a presence on social media,” attempting to sell a semi-fictional, much more appealing version of myself in the vain hope that this might somehow help me sell some actual stuff at some unspecified future time.

Purtroppo sembra proprio che la percentuale di lavoratori dei cosiddetti bullshit jobs sia in aumento e non abbia ancora toccato il suo massimo. Chiamala automazione, chiamala intelligenza artificiale, il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente e il dibattito pubblico è indietro, per non parlare del legislatore.

Come ricorda però Doug Belshaw, non tutti i mali vengono per nuocere.


I’ve been advising anyone who’ll listen over the last few years that reducing the number of days you work has a greater impact on your happiness than earning more money. Once you reach a reasonable salary, there’s diminishing returns in any case.

Se lo stile di vita si riposiziona, riducendo il superfluo, non è necessario lavorare quanto si lavorava prima. Il tempo guadagnato diventa un bene prezioso che rende ricchi. In questo senso, pur in un 2019 che si annuncia molto incerto e nuvoloso, non mi piango addosso e faccio di necessità virtù (come ho già cominciato a fare da anni, per essere trasparenti).

Sulla ragione per cui non intendo lavorare su nuovi libri, pubblicati i due in arrivo nel 2019 (uno in fase di editing, l’altro in consegna prossima), questa ricerca sugli autori americani è un buon indizio del mio perché.