Indifferenza e compartimentalizzazione

Secondo la filosofa Élisabeth de Fontenay: L’amnesia strutturale che avvolge la realtà delle nostre pratiche ordinarie, e la loro crudeltà quotidiana, ha un nome molto semplice: indifferenza. Non siamo sanguinari e sadici, bensì indifferenti, passivi, disincantati, distaccati, noncuranti, corazzati, vagamente complici, saturi di buona coscienza umanistica e resi tali a causa della convergenza implacabile della cultura monoteistaica, della tecnoscienza e degli imperativi economici. Per l’ennesima volta, guardarsi dal sapere ciò che altri fanno per noi, mantenerci disinformati, lungi dal costituire una scusa rappresenta una circostanza aggravante, poiché siamo esseri dotati di coscienza, memoria, immaginazione e responsabilità, tutte caratteristiche che per noi sono motivo di vanto e distinzione, e a giusto titolo.

Matthieu Ricard – Sei un animale!

Togli il sadismo e il sangue e quanto sopra può essere valido anche degli occhi che chiudiamo nell’usare senza alcuna remora morale Google, Facebook, Instagram e altre piattaforme del capitalismo della sorveglianza. Indifferenza. Come per gli animali dell’allevamento industriale che finiscono sulle nostre tavole, così per i servizi digitali che usiamo, ce ne freghiamo delle conseguenze delle nostre azioni. Ce ne freghiamo persino del fatto che queste piattaforme sanno tutto di noi e noi non sappiamo a che scopo questi dati vengano usati. Non è solo pubblicità personalizzata, ma influenza sui comportamenti. Cosa potenzialmente molto più grave. Non sapere non è una scusante. Può diventarlo per restare indifferenti e non cambiare comportamento. Non so come gli animali vengono trattati e quindi continuo a mangiare carne come se niente fosse. Non so quali sono le conseguenze sociali del capitalismo della sorveglianza e quindi uso Facebook o Google senza alcun problema.

Per esperienza personale dico che si vive meglio senza sapere o, più precisamente, si vive più comodamente. Una volta che sai e che dici a te stesso che non sai, non vivi più altrettanto bene, almeno se hai una coscienza. La comodità vince. Non è una questione né di istruzione, né di intelligenza, né di risorse economiche.

Nel caso dei social media si aggiunge una dipendenza emotiva. I mi piace, i commenti, i feedback, le condivisioni di ciò che pubblichiamo sono un surrogato di relazioni che è umano cercare. Anche qua posso dirlo per esperienza personale. Ho passato sere a scorrere Instagram, giornate a controllare notifiche, commenti, condivisioni, retweet e ogni volta era un piacere vedere che qualcuno aveva reagito a un mio contenuto online. Oggi di tutto questo ho deciso di fare a meno e mi fa tristezza vedere adulti e giovani (moltissimi adulti, anche over 65) essere vittima di questo meccanismo. Anche se vittima è da usare con cautela. Vittima lo sono i minorenni che non sono stati educati. Per tutti gli altri vale il principio di responsabilità delle proprie azioni.

La mia disillusione cresce con il distacco dal mondo digitale. Sono incomprensibili per me le persone che devono rispondono a qualsiasi messaggio ricevono al cinema nel mezzo di una proiezione. Incomprensibili le persone al ristorante, sedute intorno al tavolo, ognuno a guardare lo schermo del proprio smartphone. Incomprensibili le persone incapaci di stare con se stesse senza un intrattenimento di qualche genere. Vivo in una bolla: gli amici che vengono a cena da me, di solito, lasciano il telefono nella giacca e non lo usano per tutta la sera, senza che io gli abbia mai imposto nulla, tra l’altro.

Ancora più incomprensibile, per me, è la schizofrenia di chi consuma solo biologico, ma se ne frega della crisi climatica e di fatto dell’ambiente. Che ama l’ambiente e gli animali, ma non è né vegetariano, né vegano. Sì, lo sono stato anch’io per molti anni della mia vita, ma quando ho capito come stavano veramente le cose, ho smesso di consumare carne e oggi anche di volare. Il problema vero, per l’ambiente, il clima, come per Google, Facebook e il capitalismo della sorveglianza, non è comunicare a chi non sa – su questo chi comunica per professione dovrebbe farsi il proprio esame di coscienza – ma chi sa, si informa, e ha deciso di girarsi dall’altra parte. L’indifferenza o, vista da un altro punto di vista, la capacità di compartimentalizzare. Ho un cane o un gatto e non lo mangerei mai, ma mangio tutti i giorni pollo, manzo e maiale, come se questi non fossero animali con la stessa dignità. Sono per i diritti civili, la libertà e contro lo sfruttamento e poi uso servizi online che, direttamente e indirettamente, vanno contro gli stessi principi. Quieto vivere? Io la chiamo ipocrisia.

Certo, dire e pensare quanto sopra non è popolare e non aiuta a fare amicizia. A 44 anni sono in una fase della vita in cui sento di non potermi più girare dall’altra parte, almeno per i miei comportamenti quotidiani e ciò che posso fare tutti i giorni, scegliendo cosa consumare e non consumare. Non è impossibile. Bisogna volerlo. Il modo si trova. Ingannare se stessi è comunque la cosa più triste.