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Intervista al pentito dei social

Scritto da:

Luca Conti

Segue il testo dell’intervista realizzata da Giovanni Panettiere al sottoscritto, per Quotidiano nazionale, sul tema del capitalismo della sorveglianza, posizione geografica condivisa attraverso lo smartphone e temi legati alla privacy. Ho lasciato che mi venisse attribuito il ruolo di pentito dei social, anche pentito veramente non sono, per un motivo: quando ho aperto questo blog e mi sono iscritto alle varie piattaforme, i modelli di business erano ancora sconosciuti a chi poi ha avuto la brillante idea di creare il capitalismo della sorveglianza. Tra l’altro l’intervista è stata una ottima occasione per segnalare un libro che merita: Il capitalismo della sorveglianza. Grazie a Matteo Massi, autore del pezzo a fianco dell’intervista per aver pensato a me per l’intervista.

Sanno quale è il ristorante dove abbiamo cenato l’ultima volta con gli amici, conoscono il luogo in cui ci troviamo in questo momento e persino se abbiamo sterzato a destra o a sinistra per correre in palestra. I giganti del web, da Google a Face-book, ci «spiano» ventiquattro ore su ventiquattro, monetizzano con la mole di dati personali raccolti e il bello è che le password di accesso alle nostre vite gliele abbiamo fornite noi. Come? Per capirlo abbiamo scovato un pentito dei social, Luca Conti, per anni consulente digital marketing, uno che, prima di tornare sui suoi passi, ha conosciuto da vicino ciòche significa fare business raccogliendo ed elaborando informazioni sensibili.
E ora come occupa il suo tempo?
«Vivo senza smartphone, dopo che mi si è rotto l’ultimo, e francamente mi sento meglio libero da Google, Face-book, Twitter, Instagram e app varie. Mi sono riappropriato della vita reale».
Sfera personale a parte, quale è stata la molla del cambiamento?
«Progressivamente ho iniziato a prendere le distanze dalla direzione intrapresa dalle piattaforme digitali, insomma dall’era del capitalismo della sorveglianza, per dirla con la psicologa sociale statunitense, Shoshana Zuboff».
Puà dirci il momento esatto in cui il singolo cede nei fatti la propria privacy ai giganti del web, Google su tutti?
«La chiave d’accesso alla vita di ciascuno di noi sono lo smartphone, le applicazioni preimpostate al suo interno e quelle che installiamo successivamente per ottenere dei servizi. Una volta che accettiamo le condizioni proposte dal gestore di un’app, consegniamo una buona fetta di esistenza alla Rete».
La maggior parte delle persone non legge nemmeno una riga della policy dell’applicazione che scarica sul cellulare.
«Direi che si tratta del 99,9% degli utenti. Eppure è lì che s’insinua la trappola. Pensiamo a un banale e diffusissimo servizio per contare i passi e farci così sentire sempre in esercizio. Funziona attraverso la geolocalizzazione, cioégrazie al sistema Gps che, qualora attivato sullo smartphone, consente al gestore e a Google, visto che il più delle volte appartengono a questa azienda le mappe utilizzate per il servizio, di sapere in tempo reale dove si trova esattamente un cellulare o un tablet. Ossia, chiunque lo detenga».
A quel punto ogni luogo che visitiamo, qualsiasi tragitto che percorriamo finisce registrato in un database: con quale obiettivo?
«Principalmente con l’intento di cedere le nostre informazioni riservate a soggetti terzi, a noi sconosciuti, che potranno così rielaborarle per confezionare pubblicità online su misura per ciascuno di noi. Lo stesso discorso vale per i dati che condividiamo sui social».
Come possiamo difenderci da questa intrusione nelle nostre vite?
«Si potrebbe pensare ingenuamente che sia sufficiente non usare le applicazioni installate».
E invece?
«Accettando le condizioni di servizio, noi permettiamo a quelle app di sfruttare il Gps attivo sul telefonino che continua comunque a lavorare in remoto, trasmettendo senza sosta informazioni».
Vuol dire che l’unica via d’uscita è rinunciare allo smartphone?
«Per fortuna esistono anche soluzioni meno estreme. La prima e più semplice è quella di disattivare il sensore del Gps ogni volta che non ci serve. Quando non abbiamo bisogno del navigatore, possiamo spegnere la geolocalizzazione. In questo modo saremo liberi di muoverci senza spie alle calcagna».
Oppure?
«Possiamo condividere l’accesso al Gps solo con app o social che hanno conquistato nel tempo la nostra fiducia»

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