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La tragedia dell’industria della carne

Scritto da:

Luca Conti

Michael Pollan è uno stimato autore di libri di successo su vari temi. Il più famoso è il dilemma dell’onnivoro, dove si interroga su cosa mangiamo e che rapporto abbiamo con il cibo. Il punto di vista è americano, ma la situazione italiana non è tanto diversa, se non forse per la scala, considerando come le nostre abitudini seguano la dieta occidentale.

Il suo ultimo articolo scritto durante la pandemia per il New York Review of Books è inquietante.In The Sickness in Our Food’s Supply si descrive l’attuale sistema di produzione e distribuzione del cibo e della carne negli USA e quel che è successo con la diffusione del COVID-19: in breve, un disastro.

L’articolo si legge in 15 minuti (c’è anche una versione audio) e ti consiglio vivamente di leggerlo con attenzione. Si descrive un mondo attuale, quello americano, con storture che hanno come effetto lo spreco colossale di cibo, l’allevamento intensivo e l’uccisione gratuita di migliaia di animali, gente che di riflesso non ha di che mangiare. Possibile?

Negli USA è tutto industriale e concentrato come in nessun’altra parte del mondo. Una fabbrica che lavora carne di maiale produce il 5% di tutto quanto viene consumato nel paese, giusto per fare un esempio. Il risultato è che, con ristoranti, mense, scuole chiuse, metà del cibo che viene prodotto non cambia rotta e raggiunge i supermercati, ma va allo smaltimento diretto. Latte buttato, uova buttate, animali uccisi e smaltiti non so neanche come. perché? Perché chi produce per questo sistema, non ha i mezzi né i contatti per servire soggetti diversi dall’industria di macellazione. Incredibile, ma vero.

L’industria poi è diventato un focolaio di coronavirus e per non chiudere ha fatto appello al Presidente perchéinvocasse una legge della seconda guerra mondiale per considerare la carne un bene essenziale, forzando i lavoratori a tornare in fabbrica. Follia pura. Come normale, non folle, è che chi lavora in queste aziende porti un pannolino, perchél a velocità della catena di montaggio con cui vengono uccisi e lavorati gli animali non permette loro di fermarsi e andare in bagno.

Gli animali poi, anche se sono destinati a produrre carne per ristoranti e mense chiuse per il lockdown, continuano a essere uccisi e smaltiti. Il sistema di crescita veloce e macellazione prevede che dopo tot settimane vengano uccisi. Se restano in vita, continuano a crescere e le stalle non li contengono più, tanto sono organizzate per massimizzare le bestie nel minimo spazio. Quindi chi le alleva le deve comunque uccidere, vengano o meno trasformate in carne.

Chi consuma carne da allevamento è responsabile e compartecipe di tutta questa tragedia. Che sia necessaria una riforma èfuor di dubbio.
Le conclusioni dell’articolo sono fin troppo diplomatiche.

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