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Una settimana in prima linea contro il COVID-19

Scritto da:

Luca Conti

Con l’Italia che supera ufficialmente il dato di un italiano su 20 contagiato – quanti saranno in realtà? Il doppio? – potevo non essere coinvolto in qualche modo col virus? Dire che me l’aspettavo, prima o poi, è facile. Non avrei immaginato a distanza di un anno dall’inizio di tutto di essere in quarantena asintomatico, a prendermi cura della mia famiglia, tutta positiva. Sì, il mio status è al momento incerto. Avrò anch’io il virus? Da protocollo, essendo asintomatico, devo attendere i 10 giorni dall’ultimo contatto stimato per poter fare il tampone molecolare e sapere i prossimi passi.

L’attesa non mi pesa per nulla, sia perché mi sento bene, sia perché ho da seguire l’evoluzione della malattia in 3 persone, che fino a qualche giorno fa non se la passavano per niente bene. Non che ne siamo fuori, tutt’altro. Come per la curva dei contagi, la salita è rapida e il ritorno alla normalità è lento. Non auguro a nessuno di vedere un proprio caro ospedalizzato, consapevole che la situazione degli ospedali è quella che è e che se ti ricoverano hai un’alta probabilità di non tornare a casa. Non auguro a nessuno di dover gestire la prescrizione dell’ossigeno dal medico di famiglia, la richiesta in farmacia e la consegna, in un periodo in cui c’è scarsità di bombole, per di più impossibilitato ad andarla a prendere da solo, vista la quarantena.

Comprendo bene chi non ne può più di stare a casa, di lavorare da casa, di non poter sentirsi libero di vedere gli amici, di dover continuare a rinunciare alle abitudini che lo fanno star bene. Peggio c’è avere un proprio caro, a rischio, contagiato o risultare positivo e non poter prevedere l’esito della malattia. Da parte mia ci ho pensato poco e ho capito che non potevo fare altro che trasferirmi dai miei, dormire sul divano, pur di occuparmi di loro in questo momento. Ci tengo alla mia indipendenza e alle mie abitudini, ma questa settimana è saltato tutto. Eppure non mi pesa, se non sul piano fisico. Gestire tre persone tra pasti, terapie, monitoraggio dei parametri vitali, contatto con medici e farmacie, più amici da coordinare per prendere farmaci, ossigeno e cibo, oltre a tenere pulita la casa, con una partenza con handicap. Non lo devo spiegare a chi, donna, porta avanti una famiglia tutti i giorni. Non che non lo sapessi prima, ma da single con uno stile di vita minimalista è tutta un’altra cosa.

Non è bello vedere i propri progetti in standby per chissà quanto, ma di fronte a una situazione simile tutto il resto va in secondo piano, sperando che i malati guariscano presto e bene. Il resto conta veramente poco. È giusto così. Gli inglesi direbbero “I have a bigger fish to fry” (ho un pesce più grosso da friggere). Mi basta il pesce che ho da friggere ora. Gli altri possono aspettare.

Leggere le notizie sull’evoluzione della pandemia mi mette tristezza. Tristezza perché a me è evidente che siamo in ritardo. Inseguiamo un virus che se ne frega di tante cose. Continuiamo a perdere tempo nel prendere i provvedimenti che limitano il virus, quando sappiamo benissimo che ogni settimana di ritardo ci costa due settimane in più per tornare al livello precedente, se non tre. Per tenere i ristoranti aperti un altro weekend, poi li dobbiamo tenere chiusi due settimane in più. La salute non può essere contrapposta all’economia. Ragionare così ci fa già perdere in partenza, tutti. Triste è anche il fatto che non siamo capaci di cambiare comportamenti fino a che non ci rimettiamo in prima persona. Non vale per tutti, ma per molti o per troppi. Sarebbe interessante approfondire perché ci comportiamo così. Invece ogni giorno ci sono ore e ore di talk show a parlare del nulla o, peggio, a lanciare moniti che finiscono per restare inascoltati.

Non so quando ne verremo fuori, ma ho la sensazione che avremmo potuto fare meglio di quanto abbiamo fatto e saremmo ancora in tempo per limitare i danni, ma non ci spero più di tanto. I vaccini ci salveranno, certo, ma in questo momento è solo un’arma di distrazione di massa. La strada è ancora lunga.

Il titolo del post è dovuto al fatto che i miei familiari, malati da oltre una settimana, hanno avuto accesso al tampone molecolare lunedì e martedì scorsi. Da allora la mia vita è cambiata, almeno temporaneamente, e vedo il mondo dalla prospettiva di chi vive alla giornata. Contento di arrivare alla fine di un’altra giornata, perché non c’è da dare nulla di scontato una volta che entri nel tunnel.

Se fossi in te, qualsiasi sia il colore della tua regione o della tua provincia, fino ad aprile limiterei i contatti sociali al minimo, meglio zero. Faticoso, lo so, ma c’è di peggio, molto peggio. Fidati.

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  1. Mi dispiace, quando ti cade addosso non c’è molto da dire. Si guarda avanti vivendo alla giornata.
    Continuerò a seguirti incrociando le dita.
    Potessi fare di più lo farei.

  2. Mala tempora currunt.
    Purtroppo siamo “sotto al cielo”, come dicono quelli di una certa età da queste parti e ciascuno di noi ha da affrontare le “avventure” che la vita gli propone.

    L’augurio è quello di uscirne il meno ammaccati possibile! Forza amico mio…

  3. Forza Luca, tenete duro, un abbraccio fortissimo a te ed a tutti voi ????…. il tuo è un messaggio importante, da diffondere il più possibile

  4. Mi hai commosso Luca. Ho vissuto una esperienza molto molto simile con i miei due genitori qualche anno fa. Nonostante non ci fosse il covid ho voluto/dovuto occuparmi di loro più o meno come descrivi la tua storia. Sono orgoglioso di averlo fatto, anche se, alla fine, anche questo si paga e non poco. Posso solo dirti grazie per aver condiviso questo grande pensiero triste. E dirti che spero che vada tutto bene per voi.

  5. Mi dispiace per questa situazione, Luca: forza e coraggio a te e ai tuoi familiari!
    Un abbraccio

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