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-47 Il capitalismo fossile in cui siamo immersi

Scritto da:

Luca Conti

Trovo il London Review of Books una rivista capace di farmi pensare ogni volta che la sfoglio. Sull’ultimo numero mi cade l’occhio su un articolo che parla di cambiamenti climatici. Come tutti (o quasi) gli articoli della rivista, lo spunto viene da uno o più libri su un argomento, recensiti e commentati. Questo articolo prende spunto da White Skin, Black Fuel di Andreas Malm e un collettivo.

Il libro disegna un’associazione tra i negazionisti del clima e l’estrema destra (fascista). La tesi è che il capitalismo fossile, ovvero il capitalismo basato sui combustibili fossili, abbia un’anima fascista alla base. Da qui l’ascesa del fascismo fossile, ovvero quell’ideologia (Harari la chiamerebbe religione) che promuove il suprematismo bianco e altri tipi di nazionalismi, grazie al potere economico e sociale dato dallo sfruttamento dei combustibili fossili, nella storia recente e oggi.

La citazione che segue mi ha fatto riflettere, perché tocca due temi su cui ho riflettuto negli ultimi mesi anche qui. Li riprendo in grassetto.

For any given individual in a fossil capitalist society, it is rational to take cut-price flights for holidays, travel by car for even the shortest journey, avail oneself of cheap imported meat, use disposable plastics or buy each new iteration of a consumer commodity. These ways of life are produced, supported and virtually required by fossil capitalism itself; it is only from a planetary perspective that they are irrational, even suicidal. A life among absurdities, as Adorno once suggested, requires a careful tending of ignorance, a meticulous aversion to following problems to their cause.

A Coal Mine For Every Wildfire, London Review of Books

Se la nostra società capitalista fossile, come la definiscono gli autori di White Skin, Black Fuel, ritiene normale spendere meno per un volo di migliaia di chilometri, rispetto a un treno, va da sè che evitare volontariamente di prendere tale aereo è considerata quasi un’eresia. Lo prendono tutti, anzi, è il mercato a offrirlo legalmente: perché non prenderlo e rendersi la vita più difficile o dover ripensare il proprio stile di vita?

Non ha senso su scala planetaria cambiare telefono ogni 18 mesi, specialmente se il telefono contiene terre rare e altri minerali costosi e difficili da estrarre. Non ha senso sostituire un telefono che funziona benissimo, anche potendoselo permettere. Eppure è ciò che il mercato (=capitalismo fossile) ci spinge a fare. Vivere senza pensieri in una società simile richiede una cura della propria ignoranza (mettere la testa sotto la sabbia) o l’evitare accuratamente di interessarsi della causa dei nostri problemi.

Nell’articolo si citano dei fatti raccontati nel libro che mi spingono a leggerlo. La Germania responsabile del 20% delle emissioni di gas serra dell’Unione Europea che ha rinviato al 2038 la chiusura di varie miniere di carbone, perché politicamente non pagava, causando l’ascesa dell’estrema destra alle elezioni regionali e locali. È evidente che non vogliamo pagare il costo e il disagio (relativo) provocato dal nostro stile di vita. Se Coop Italia, che nella comunicazione si dipinge come attenta all’ambiente attraverso varie misure volontarie che anticipano le norme europee, vende tranquillamente mirtilli (e altra frutta) che viene dal Perù, con il costo ambientale che tale scelta comporta, come possiamo pensare di invertire la rotta? Facile prevedere che non la invertiremo.

Se non la invertiremo ed è quasi matematico che non lo faremo, ha senso una scelta etica che riduce la qualità della propria vita? Se il Titanic affonda, non vale la pena rimanere ad ascoltare l’orchestrina e bere l’ultima coppa di champagne affondando? Forse fa bene chi pensa solo a se stesso. Se proprio andiamo tutti verso il burrone, tanto vale accelerare e non pensarci più. Questo è ciò che stiamo facendo di fatto, anche se vogliamo illuderci che non sia così. Con che credibilità possiamo poi permetterci di criticare India e Cina per il loro disinteresse, dopo che abbiamo fatto i nostri porci comodi fino all’altro ieri e oggi abbiamo semplicemente deciso di arretrare di qualche passo rispetto alla posizione di privilegio che abbiamo raggiunto? Il dibattito sarebbe ridicolo se la scala di cui parliamo fosse una riunione di condominio, ma purtroppo per noi questo è il dibattito globale sul tema forse più serio che abbiamo in agenda oggi.

It was once possible to believe that climate change might produce rational, meliorist, collectively-minded solutions. The last thirty years, and the past decade chronicled in White Skin, Black Fuel, should have disabused us of that notion. But belief in the saving power of climate awareness is obdurate in climate activism, as shown by the Guardian’s eschatological headlines or Extinction Rebellion’s exhortation for us all to acknowledge the emergency. If only we knew, we would act in the right way. But there is no obvious point at which knowledge tips into action; in an increasingly mediatised political sphere, spreading awareness ends up as a substitute for action itself.

A Coal Mine For Every Wildfire, London Review of Books

Illuminante anche questa critica, a mio avviso molto fondata, sul fatto che ci sia una larga fetta di chi si occupa di media e di comunicazione, convinta che aumentare l’informazione e la consapevolezza dell’opinione pubblica sia in se un rimedio al problema. Non è così. Dai miei primi anni di ambientalismo militante, nel lontano 1994, sento ripetere la retorica (valida anche in tanti altri ambiti sociali) che il problema è che non se ne parla abbastanza. La gente non sa. Se ne dovrebbe parlare a scuola. Oltre 20 anni dopo se ne parla molto di più, ma il nostro stile di vita non è cambiato in parallelo. Il consumo di carne è diminuito, ma non perché gli altri ancora non conoscono le conseguenze. Semplicemente non hanno alcuna intenzione di rinunciare e probabilmente anche tu sei tra questi. Ognuno si assolve come meglio crede, a proposito di “careful tending of ignorance”, ahinoi.

La tentazione di tornare a volare è forte, così come quella di rimpiazzare i dispositivi che diventano obsoleti, pur assolvendo alle funzioni per cui sono stati acquistati. Che fare? Prima o poi capitolerò, lo so, ma credo allo stesso tempo che sia giusto astenersi da alcuni comportamenti oggi considerati leciti, normali e quasi indiscutibili. Non cambia la questione, ma posso dire a me stesso di non essere stato indifferente, consapevole che nella mia vita ho già consumato risorse di gran lunga superiori a quelle che un indiano o un cinese oggi vivente consumerà nella sua intera vita.

Vado avanti, fino alla prossima pressione sociale. L’assedio continua e il fortino resiste. Almeno per un altro giorno.

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  1. Non penso che siamo capitalisti. Siamo in una economia di monopoli o oligopoli e questo porta a estremismi.

    Sull’ambientalismo dovremmo sostenere una fondazione che paga scienziati per proporci comportamenti più virtuosi. Telefonini che inquinano poco, ricaricati con pannelli fotovoltaici portatilli (90euro). Auto veramente meno inquinanti. Vestiti con colori naturali, cibo da produttori bio. E magari un social per discutere questi temi di decentralizzazione e partecipazione.

  2. Non ti leggo spesso, forse perché non scrivi spesso o solo per mia distrazione, ma quando ti leggo, riesci a farmi pensare. Non è semplice e ti ringrazio di questo. La tua è una riflessione importante e fuori mainstream, ma, temo, terribilmente vera.

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