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-25 Andare oltre l’egemonia culturale

Scritto da:

Luca Conti

Più ci penso, più ci faccio caso e più noto come i consumi culturali e il nostro immaginario siano colonizzati dall’industria culturale americana. Non è essere antimperialisti, ma notare semplicemente come è facile consumare contenuti prodotti dagli USA e che forza commerciale questi abbiano. Il punto poi non è neanche evitarli o boicottarli, ma rendersi conto che una forza quasi impercettibili ci spinge a consumarli. Il punto è considerare che esistono tante alternative di grande qualità, semplicemente più difficili da trovare.

Al cinema è evidente la forza commerciale dei grandi studios. I film più distribuiti, soprattutto dai multiplex, sono quelli spinti dai distributori degli studios americani. Il pubblico è abituato a quel tipo di consumo e li premia, perché li riconosce, perché sono promossi, perché hanno budget superiori e quindi è un evento vedere un film che impressiona sul grande schermo. Gli altri film, quando vengono proiettati, sono riservati a un pubblico di nicchia, che conosce e apprezza la diversità.

Lo streaming è lo specchio del cinema. Le grandi piattaforme sono americane, quindi il prodotto che spingono di più è il prodotto esclusivo che producono direttamente. Fa eccezione Netflix che, avendo un insieme di abbonati globale, ha deciso di produrre localmente e distribuire globalmente. Il problema diventa l’algoritmo che non sfida il gusto precostituito, ma lo asseconda. Cominci a vedere film con grandi attori americani e quelli saranno i film che l’algoritmo ti propone. A cercare bene si trovano anche film di qualità, internazionali, indipendenti, ma bisogna sapere che ci sono e avere voglia di cercarli. Mubi è l’unica alternativa che cura il suo catalogo e propone novità e un archivio molto vario in termini di provenienza geografica, con un livello di qualità altissimo. Film da festival, opere prime di grandi registi affermati, opere prime di nuovi registi. Un mix dove si percepisce come il cinema sia globale e non americano.

Lo stesso ragionamento del cinema vale per la televisione, con l’aggravante che, Netflix a parte, i contenuti più promossi sono le serie tv americane, con una infarcitura di televisione europea, anche grazie alle quote imposte dall’Unione europea, a favore dell’industria culturale locale. Ottimo. Peccato che in tutto questo sia poco visibile e distribuita tutta la qualità che viene prodotta altrove, salvo per alcuni fenomeni culturali come le soap opera turche o le telenovele sudamericane. Un peccato perché, Netflix a parte, la qualità e la diversità del resto del mondo finisce per non avere canali di distribuzione. Poi vale lo stesso discorso dell’algoritmo per trovarle e guardarle.

Per i libri abbiamo la lingua che limita la circolazione delle idee. Chi conosce solo l’italiano finisce per leggere molta narrativa e saggistica italiana e qualche traduzione. Le traduzione, va da sé, hanno come lingua dominante l’inglese. Vuoi per il mercato dei diritti dominato dalle grandi casi editrici americane, vuoi per l’affermazione nei decenni degli autori che scrivono in inglese, che gioco forza accedono a un mercato più grande rispetto a qualsiasi lingua. Lo spagnolo se la batte, ma commercialmente è meno spinto, salvo il fatto che le grandi case editrici hanno anche un piede nello spagnolo, sia perché è molto parlato negli USA, sia per ampliare la loro egemonia. Il risultato è che quanto viene tradotto viene influenzato da questi rapporti di forza e i grandi marchi editoriali italiani spingono di più ciò che ci è più vicino nell’immaginario. Prendi i titoli più venduti, togli gli italiani, togli gli anglosassoni e vedi cosa resta in cima alle classifiche. Pochi singoli casi editoriali, in gran parte europei.

In tutto ciò c’è anche la distorsione dei premi a indirizzare il consumo verso i prodotti di lingua inglese. I premi cinematografici più prestigiosi sono l’Oscar, il Golden Globe (deciso per altro da 100 giurati bianchi che vivono a Los Angeles) e il BAFTA inglese. Entrambi mettono in vetrina il cinema americano e il cinema inglese. Il cinema internazionale è molto più vasto, ma a esclusione di chi frequenta il circuito dei festival, ma poco rappresentato. Se ne parla meno e non è certamente di massa. Per i libri vale qualcosa di simile. I premi americani e inglesi sono i più prestigiosi e si uniscono ai premi nazionali nel fare notizia e indirizzare il mercato della qualità.

Il risultato finale è che, anche a ricercare la qualità, si finisce per consumare contenuti legati all’immaginario americano o, volendo ampliare lo spazio, occidentale. Lo dico prima di tutto a me stesso. A novembre il cinema locale dava Il potere del cane, ora su Netflix, e prima di vederlo ho letto il libro da cui è tratto, americano. Storia ambientata nel Montana del 1924. Il film tecnicamente è una produzione neozelandese, ma questo solo perché la regista è neozelandese. Storia di grande qualità, ma pur sempre legata a un certo immaginario.

L’unica cosa da fare è bilanciare andandosi a cercare contenuti online da altre piattaforme o andarseli a cercare da soli. L’altra sera ho visto Luzzu, film maltese tra i migliori dell’anno. Come si è fatto notare? Vincendo un premio al Sundance Festival 2021. Malta dove ha deciso di candidarlo? All’Oscar. I riferimenti culturali restano comunque americani. Non si sfugge. Il gusto va coltivato. Ti assicuro che ne vale la pena. L’alternativa è lasciare che Disney, Netflix e pochi altri decidano per te quali sono i tuoi valori e i tuoi modelli sociali. Io preferisco deciderli da solo.

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