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Viaggiare e imparare dalla vita

Scritto da:

Luca Conti

Per caso mi sono imbattuto nella riedizione (in audiolibro) del memoir di Camila Raznovich, Lo rifarei!. Uscire dal seminato, per sperimentare autori diversi, letture diverse, spesso ripaga con gli interessi. Come in questo caso. L’audiolibro si ascolta in un’ora e mezza e gli spunti non sono pochi. Ne riprendo giusto un paio, dall’ebook, perché mi sono rimasti.

Viaggiare

A volte sento ancora una voce urlare nelle mie viscere. C’è una parte di me ancora fortemente attratta dalla vita imprevedibile, dall’avventura. Ci sono giorni in cui vorrei avere il coraggio di mollare tutto e andare a viaggiare per il mondo, quello che ancora non conosco. Capita, più si viaggia più si capisce quanto poco si conosce e quanto ancora c’è da scoprire, la verità è che anche se iniziassi oggi non mi basterebbe una vita. Questo mi intristisce. Pensare che morirò senza aver visto o conosciuto qualcosa di tanto straordinario. E poi torna la questione atavica: ci vuole più coraggio a partire o a rimanere e cercare di cambiare le cose per sentirsi ugualmente liberi all’interno di quattro mura quanto nella foresta amazzonica? Sarà questo il motivo del mio amore, quasi una dipendenza, per i viaggi, i cambiamenti, le novità… È stato rassicurante imbattermi nei libri di Chatwin: l’essere umano è fatto per vagabondare per il mondo, continuare a spostarsi perché la nostra natura consiste nel movimento. La quiete assoluta è morte, Pascal. È qualcosa che mi frulla in testa ormai da molti anni: riuscirò mai a trovare pace e serenità in un luogo che potrò chiamare casa, senza desiderare di essere altrove? Ho amato ogni posto nel quale ho vissuto per motivi diversi ma ugualmente importanti. Come faccio a rispondere alla domanda da dove vieni, di dove sei? Mia nonna diceva che avevo il mio destino da vagabonda già scritto nel nome, diverse culture che s’intrecciano con altrettante religioni e trame di vita. Ricominciare da capo non è sempre stato facile, ma l’elemento di novità, di curiosità e di sfida ha sempre superato la paura. Il viaggio come fuga, come unica alternativa alla stasi. È l’unico modo che conosco per riconnettermi con me stessa e resettare il meccanismo. Uscire dall’intrico della tela tessa troppo stretta, che mi soffoca, mi paralizza. Sei felice? Mi ha chiesto a bruciapelo un ragazzo ieri sera. Sì. Sono felice di essermi persa ancora una volta per le strade secondarie della vita… il fuori pista, l’unico vero rimedio che io conosca contro la noia delle convenzioni e dello scontato. Il viaggio come ricerca dell’io nell’altro, come confronto, come rinascita. Non si torna mai uguali a come si era partiti, alla fine è come un investimento su se stessi, sulla propria anima, un arricchimento delle risorse. Qualcuno ha detto che non esiste un punto d’arrivo, ma che l’unica vera meta sia il percorso stesso… ed essendo un lungo lungo percorso forse è meglio mettersi in marcia in fondo anche il percorso più lungo inizia con il primo passo.

Camila Raznovich

Ho imparato

Ho imparato che la libertà è una delle cose più difficili da gestire in modo maturo, saggio e costruttivo.

Che si nasce e si muore da soli, ma che chi si incontra sul cammino rende il nostro viaggio più interessante.

Che soprattutto dalle esperienze più dure si esce rafforzati e cresciuti.

Ho imparato che chi non ha la fortuna di avere un po’ di sfortuna è sfortunato.

Che niente può essere barattato con la vita, in quanto ricerca, consapevolezza, in quanto vita. La propria.

Che il passato è già stato, che il futuro non è ancora e che l’unica cosa per cui vale la pena vivere è il momento presente.

Ho imparato che la morte è certa, istantanea, potentissima.

Ho imparato che poi si rinasce. Sempre.

Ho imparato che tutto passa, anche il dolore più acuto, l’ingiustizia più grande, tutto, se paragonato alla vastità dell’universo, assume una piccolezza irrilevante.

Che l’amore ha poco a che vedere con la persona amata, e tutto a che vedere con noi stessi. È uno stato dell’anima proiettato abbastanza casualmente su chi ci sta di fronte.

Ho imparato che l’unico modo per ricevere amore è darne. Tanto.

Che vale la pena di sacrificare tutto per vivere una vita piena, totale, mentre non c’è nulla per cui valga la pena di sacrificare la vita.

Che la verità e l’onestà non sempre vincono, ma chissenefrega! Ti aiutano a dormire meglio e a morire più leggero.

Ho imparato che la solitudine deve diventare la nostra più fedele amica, che conoscerla è molto più utile che non evitarla.

Che vivere avendo paura è la più grande schiavitù che l’essere umano possa conoscere.

Ho imparato che non c’è cosa al mondo che non ci si possa permettere di sognare. E che niente dovrebbe rimanere solo «nei sogni».

Che i sogni sono il motore dell’anima, che quando finiscono è la fine.

Che la curiosità è l’unica vera forza vitale: se sei curioso chiedi, se chiedi indaghi, se indaghi ricerchi, se ricerchi qualcosa trovi.

Ho imparato che la gratitudine, quella vera, quella sentita, quella incondizionata è la più alta forma di rispetto.

Che nella vita tutto torna, ciò che semini raccogli.

Ho imparato che non è la perfezione a renderci attraenti, ma conoscere i nostri demoni e farci pace.

Che per perdonare se stessi ci vuole molto coraggio.

Ho imparato che quando si salta c’è una rete sotto. Sempre.

Camila Raznovich

Mai avrei pensato di imparare qualcosa dall’esperienza di una famiglia nella comunità di Osho e invece…

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  1. Ciao Luca,
    l’ho letto anch’io di recente sull’onda del podcast “Soli” e della docu-serie “Wild Wild Country”, e personalmente non è piaciuto: mi è sembrato uno scritto fatto in fretta e furia, senza grandi approfondimenti, un semplice susseguirsi di eventi. E poi il registro… davvero discutibile. Ma la cosa da sapere è che la Raznovich ha cambiato opinione su quegli anni dopo essere diventata madre quindi non è nemmeno più così “attuale”.

    1. Sembra la trascrizione di una conversazione, più che uno scritto, un libro, ma offre degli spunti. Ascoltato come ho fatto io, va da sé, rende meno evidente lo stile incerto.

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