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Attenti alla retorica del “la tecnologia ci salverà”. Vale per i cambiamenti climatici e per Web3.

Scritto da:

Luca Conti

Maurizio, commentando un mio post sull’essere fuori dalla bolla, scriveva:

Tempo e profondità sono qualcosa che il mondo digitale ha distorto rispetto al passato. L’abbiamo visto standoci dentro e per questo sappiamo che siamo solo all’inizio dell’accelerazione.
Le tue sono considerazioni che condivido. Mi chiedo però se la soluzione per una maggiore consapevolezza non possa anche essere un’altra. Essere fuori dalla bolla porta indiscussi vantaggi, ma anche alcuni svantaggi. Ho letto queste tue parole per caso, il tuo blog non era il mio radar o meglio nel mio stream, proprio perchè non è nella bolla.
Quasi 50 anni fa, Il grande Marshall McLuhan diceva: “Solo la tecnologia può proteggerci dalla tecnologia. Quando si crea un nuovo ambiente grazie a un certo stadio di tecnologia, bisognerà creare un controambiente con lo stadio successivo”.
Forse potremo ottenere la soluzione del problema della bolla digitale, proprio grazie al digitale.

Oggi da The Syllabus trovo un interessante articolo sul tecno-ottimismo in relazione ai cambiamenti climatici. Questo l’abstract:

Although it is important to communicate scientific knowledge, it seems that this assumption is even more evident when it comes to environment-related themes, which have gained more relevance in the public sphere in the last decades. This article evaluates the spectacularization techniques of technology and science displayed as if they were the only solution to the environmental crisis. Firstly, from a literature perspective, this article shows the evolution of science communication and the relationship between society and science over the last centuries. After that, it presents a critical view on the excessive optimism around technology and scientific advancement, arguing that the possible solutions to the environmental crisis cannot come exclusively through technology substitution. The article thus shows that there is today a clear distinction between science communication and the communication of science as a mass product, which is promoted today by different stakeholders to manipulate public opinion for different reasons. Finally, the article identifies some common elements of this phenomenon that we call technowashing, insofar as it aims at a laundering of responsibilities and harmful impacts of business and political decisions.

The Techno-Optimists of Climate Change: Science Communication or Technowashing?

Il contesto è diverso, ma è facile tracciare un parallelismo. Morozov lo chiamava, già qualche anno fa, soluzionismo.

Per la modesta esperienza personale di uno che ha partecipato a eventi nazionali e soprattutto internazionali, per tutto quello che Tim O’Reilly ha battezzato Web 2.0, ovvero il social web, posso affermare che la maggior parte dei tecno-entusiasti si è rivelata, nel tempo, avere un interesse diretto nel promuovere la propria visione, inclusi giornalisti/blogger come Michael Arrington, editor di quel che fu Techcrunch dei tempi d’oro. Ovviamente molti osservatori sono in buona fede, Maurizio incluso, e tali li considero, rispettando il loro punto di vista. Anch’io sono stato genuinamente un tecno-entusiasta, fino al momento in cui ho capito che le mie opinioni supportavano una visione della realtà manipolata da interessi economici, spesso indiretti o nascosti.

Non per niente, dopo attenta riflessione, ho deciso di non avere più niente a che fare con FACEBOOK, oggi Meta, e ridurre il più possibile la dipendenza dai servizi di Google. Aumentando al contempo l’attenzione a non promuovere nulla senza una attenta valutazione delle conseguenze.

Del fenomeno che ha preso il nome di Web3 non voglio neanche parlare, tanto lo reputo uno strumento di pochi bianchi maschi americani/occidentali venture capitalist per estendere il proprio potere, dal mondo della tecnologia a quello della finanza, sostituendo il proprio ai vecchi poteri. Felice di essere smentito, se la mia visione fosse disinformata o male informata.

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  1. Illuminante in tal senso è stata per me anni fa l’intervista a Ruchi Sanghvi sul numero 9 della rivista ‘Offscreen Magazine’.
    Sopratutto in relazione ai bias culturali e cognitivi delle popolazioni più forti in campo tecnologico e di sviluppo di “intelligenza artificiale”… La cultura dell’inclusione, da favorire con tutte le forze, serve per stemperarli e cercare di dar vita ad approcci più ponderati e socialmente più equi.

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