Il riequilibrio dal ritorno dal viaggio

Succede sempre o quasi. Di ritorno da un viaggio, più lungo di una settimana, finisco per faticare a tornare all’equilibrio precedente. Alcune routine sono immediate e di facile riappropriazione, tanto ne ho bisogno: colazione, pranzo e cena di un certo tipo, con determinati alimenti. Certamente la dieta veg contribuisce in larga parte al mio benessere psicofisico. Per altro fatico. Non mi va né di fare esercizio fisico, né di camminare dopo i pasti, né di andare a dormire presto. In viaggio riprendo anche l’abitudine di spendere molto tempo sullo smartphone, soprattutto per comunicare con chi conosco durante il viaggio. Al ritorno continuo a spendere molto tempo nel coltivare relazioni che, per la maggior parte, si spengono o diventano via via più rarefatte nel giro di qualche mese o di qualche settimana. Un film già visto. La distanza geografica e il fuso orario limitano qualsiasi relazione, pur con elevata affinità. C’è da prenderne atto e farsene una ragione. Funziona così.

Permane la sensazione di vivere in un limbo senza tempo. Le giornate si susseguono abbastanza simili l’una con l’altra e questo non è necessariamente un male. Certo è una vita completamente diversa da quella in cui l’obiettivo della giornata è esplorare, scoprire, conoscere, camminare. La scoperta e l’esplorazione continuano anche a casa, seduti alla scrivania o in poltrona, grazie a internet, libri, film, ma non è la stessa cosa ovviamente. In mancanza di movimento fisico restano il modo migliore per impiegare il mio tempo, ma un surrogato sono. Un po’ come chattare è il surrogato di una conversazione faccia a faccia. Va usata per ciò che può dare, senza caricarla di altri significati.

Permane anche una voglia di disimpegno. Forse è la condizione migliore: niente preoccupazioni se non per ciò che hai di fronte a te. Vivere il presente in senso letterale. Senza preoccuparsi né del passato, né del futuro, se non per ciò che è in agenda nei prossimi 7 giorni. Non c’è bisogno di guardare le previsioni meteo, né di leggere i giornali. L’abuso del consumo di televisione è dietro l’angolo. Basta un giorno di malessere fisico per farmi stare 2-3 ore davanti al televisore, cosa che non faccio mai durante la giornata di solito. Per me eccedere in televisione è segno di malessere psicofisico. Non ne sento il bisogno, anche resisto facilmente ai richiami quando sto bene mentalmente e fisicamente.

Passo troppo tempo ad analizzare l’offerta di contenuti video. Un comportamento a quello della massa, che si siede e si fa guidare dall’algoritmo. La mia resistenza alla massificazione evidentemente è molto profonda dentro di me. Me ne sto rendendo conto leggendo Filterworld, dove l’autore descrive un mondo che conosco bene, ma che mi sembra un altro pianeta. L’appiattimento del gusto causato dall’algoritmo è qualcosa che noto intorno a me, ma che non mi riguarda. Ciò che vedo è ciò che scelgo. Del resto un modo per vincere contro l’algoritmo è non usare alcuna piattaforma in modo esclusivo, ma pescare singoli contenuti a prescindere dalla piattaforma. Ciò si può fare soltanto abbonandosi a tutte o a nessuna. Indovina qual è stata la mia scelta?

Resta il fatto che il tempo dedicato al filtro e alla scoperta di contenuti, nuovi o meno nuovi, è sproporzionato rispetto al tempo del consumo. Porre un freno alla ricerca di novità richiede un esercizio continuo. Troppo è forte il richiamo del nuovo: nuove uscite in libreria, nuove uscite in download e in streaming, novità in sala, nuovi brani musicali. Dovrei forse identificare un giorno e un orario, limitando gli spazi, per questo esercizio. Faccio fatica solo a pensare uno scenario del genere, figuriamoci applicarlo, ma ne sento il bisogno. Urge definire un nuovo esperimento.

2 risposte

  1. Stavo leggendo il libro, o meglio raccolta di brevi articoli sul minimalismo e molti di questi girano attorno al concetto di “non far nulla” come metodo di riappropriazione del presente e della propria identità.

    Forse estremo, ma un nocciolo di verità trovo ci si nasconda dentro. Mi rendo conto, in questo periodo come non mai, che alcuni degli affanni che ci procuriamo sono frutto del Desiderio e non del Bisogno.

    Ho bisogno di leggere cose interessanti, ma è solo desiderio quello che mi porta alla ricerca spasmodica (specie con un archivio di letture a farsi consistenti).

    Purtroppo leggere un libro vorrà dire
    Rinunciare a leggerne un altro. Idem se sono in Nepal non potrò mai essere in quel momento alle
    Maldive.

    Tutto questo per dire che nello scritto di questo post trovo una inquietudine che non ti sentivo emanare da tempo

    1. inquieto direi no. Direi più in balia delle onde, in attesa di un approdo

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