Qual che lasci dopo di te, quando non ci sei più

Nei giorni scorsi mi sono ritrovato a svuotare il garage dei miei nonni materni. Mio nonno era un agricoltore, con un appezzamento di terra vicino alla casa dove ho vissuto i miei primi anni. Finché è stato in salute, ha coltivato la terra per poi vendere frutta e verdura in piazza. Vagamente, ricordo che qualcuno andava anche a comprare i suoi prodotti direttamente a casa. Oltre a questo, produceva vino, olio e credo anche conserve di pomodoro per il consumo familiare.

Entrambi i nonni sono scomparsi entrambi da anni. Molte delle loro cose sono rimaste lì, in quel garage, fino a oggi. Mentre tiravo fuori tutto per smaltirlo, sono stato sommerso da ragnatele, polvere e noccioli di olive sparsi ovunque. Ho estratto legna, plastica e damigiane di vetro che non vedevano la luce da dieci, forse vent’anni.

Quest’attività, faticosa alle 6:30 di una mattina di luglio, mi ha fatto molto riflettere. Ho pensato al concetto di death cleaning: liberarsi delle proprie cose prima di morire, per non lasciare questo peso a chi resta. I miei nonni non avevano la cultura per un pensiero del genere. La loro vita è stata quasi interamente confinata in quella casa e su quel terreno. Non hanno vissuto nel lusso, ma neanche nella miseria; non si sono concessi vizi particolari, se non la caccia per mio nonno – un elemento che, va da sé, non ci ha mai avvicinati. Eppure, il garage era pieno e svuotarlo ha richiesto una fatica enorme. Nella casa c’è altrettanto da smaltire, ma per mia madre quel lavoro ha un costo emotivo che continua a rimandare. Per me, invece, ha un costo tangibile: ore di energia fisica e mentale.

Le nostre scelte di consumo ricadono su chi viene dopo di noi. Ci pensiamo, quando compriamo qualcosa? No. Il nostro modello si ferma all’invito al possesso; lo smaltimento è un costo posticipato a cui nessuno vuole pensare. Anche il garage dei miei genitori è pieno di oggetti che non usano e non useranno mai. Eppure, nessuno vuole liberarsene. “E se dovessero servire?” è la domanda che chiude ogni discussione. E così gli oggetti continuano a entrare, a occupare spazio e a consumare risorse, oltre al mio tempo futuro, quando sarò chiamato a smaltire ciò che lasceranno.

Questo mi porta a riflettere su ciò che io stesso lascerò. Potrei andarmene domani, e allora sarebbero altri a farsi carico delle mie cose. O potrei essere l’ultimo della famiglia, e lasciare a chissà chi il compito di decidere cosa farne. È un pensiero morboso iniziare già da ora a evitare nuovi accumuli e a eliminare il superfluo? Non credo.

C’è poi un’eredità meno pratica, quella che ognuno di noi lascia attraverso gli oggetti. Spesso è un’eredità di metallo arrugginito, polvere e stracci. Oggetti che un tempo rappresentavano interessi e passioni, e che ora giacciono inerti finché qualcuno non li smaltisce, dando loro una nuova vita nel riciclo o una degna fine in discarica. Un po’ come il nostro corpo, che si disgrega fino a diventare un pugno di ossa. Fare questo lavoro mi ha fatto sentire come colui che mette la parola “fine” a un’esistenza. Anche se, in realtà, è solo la fine di un capitolo. La casa non è stata ancora svuotata!

La vita continua anche dopo di noi. Il minimo che possiamo fare, non sapendo quando arriverà la nostra fine, è lasciare a chi resta meno lavoro possibile. È ciò che cerco di fare da tempo con uno stile di vita minimalista, investendo in esperienze e non in oggetti. Un esercizio su cui tornare periodicamente, perché la sirena del capitalismo suona di continuo e ogni tanto anch’io cedo, per poi pentirmi.

Riflettere su questi temi non è mai tempo perso. Non per me.