Punti di vista sull’amicizia

Esplorando newsletter su Substack, sono finito su alcune riflessioni sulla dopamina e sull’amicizia. In entrambi i casi mi sono ritrovato con esperienze, riflessioni, considerazioni, azioni conseguenti. Una validazione che vale la pena esplorare.

Kudos all’autrice, che ha meno di 30 anni. All’epoca non avevo probabilmente le idee così chiare. Non come oggi.

Riflessioni rielaborate da me, su considerazioni di Gemini.

La decostruzione dell’amicizia giovanile: la curatela dolorosa

We collect people in our twenties… It’s a decade of curation, and the process is less like organizing a bookshelf and more like being in a forge. It’s hot, it’s painful…

Ho capito che l’amicizia non è un accumulo passivo basato sulla storia (“history is not the same thing as connection”), ma un processo attivo e spesso doloroso di selezione e affinamento. Ciò non mi ha impedito, a tempo debito, di tagliare i rami secchi, senza rimpianti. Considerando che, anche recentemente, mi è capitato di incrociare per la strada vecchi amici, spariti in un percorso che ormai va avanti da anni, capaci di proporre un nuovo incontro, anche senza un vero impegno. Perché un comportamento simile? Evidentemente perché non sono stati in grado, a livello ideale più che pratico e reale, di lasciar andare l’idea che non siamo più amici. Li rassicura l’idea di mantenere le apparenze e di restare amici, anche se non ci parliamo più da troppo tempo.

L’abbandono del ruolo di “accomodatore”

For years, my role was the accommodator… I would swallow my anger, my disappointment… Anger, when suppressed, festers. It turns into resentment…

Molte delle mie difficoltà relazionali sono nate da un investimento a senso unico in cui io ingoiavo la mancanza di reciprocità pur di mantenere un rapporto. La risposta? Dire un no, chiaro e netto. No a relazioni che non mi appagano. Sì, posso invitare qualcuno senza aspettarmi che mi inviti a sua volta, ma se il rapporto è oggettivamente a senso unico, mantenere le apparenze non è un mio obiettivo. Ragione per cui ho smesso di invitare e di essere proattivo con tutte le amicizie storiche con cui ho percepito la mancanza di un requisito base: l’interesse reciproco. Una volta che queste relazioni hanno tentato di tornare, per loro sensi di colpa, per loro interesse, ho attuato il principio della porta girevole. Entri, saluti ed esci. Riattivare relazioni morte non ha senso per me. Se sono morte per mancanza di investimento reciproco, non si può fare altro che accettare che le nostre strade si sono separate e buona fortuna, senza rancore. Non faccio la ruota di scorta a nessuno e neanche lo psicologo supplente. Quest’ultima cosa non è vera perché mi capita anche troppo spesso, ma almeno lo faccio con persone con cui ho una relazione attiva in corso, non con l’ultimo morto vivente che vuole tornare sulla scena invece di andare da un terapeuta per affrontare i propri problemi.

La scoperta della dissonanza narrativa

A friendship… can end in the quiet shock of discovering the story you lived was not the story they told.

Per anni ho creduto di vivere una storia di “amicizia e collaborazione”, mentre molti dei miei allora amici, spesso, vivevano una storia di “networking funzionale”. Riconoscere questa dissonanza narrativa è stato un passo fondamentale per ricalibrare le mie aspettative. Non è un caso se non frequento più nessuno degli amici con cui avevo un interesse professionale in comune. Venendo meno l’interesse, il rapporto è venuto meno. Comprensibile in un contesto di networking puro, meno in un contesto in cui l’interesse professionale è unito a frequentazioni ludiche. Va bene così, l’importante è averlo capito. Il lavoro non è una famiglia. Chi lo dice o è ingenuo o è in malafede e tenta una manipolazione a fini di lucro e sfruttamento. In guardia.

Dalla storia alla sicurezza

For years, I thought friendships were measured in time. Now, I think they are measured in safety… The question… is not, ‘How long have I known you?’ but, ‘After all the chaos, do you make me feel calm?’

Ho lasciato andare amicizie storiche perché non mi facevano più sentire in pace con me stesso. Ho capito che la lealtà al passato non può superare il bisogno di benessere nel presente. La mia ricerca di pace interiore è diventata la metrica definitiva anche per le relazioni. Non mi sento compreso? Non fai per me. Abbiamo interessi e visioni opposte della vita? Il mio cammino è un altro e scelgo altri che camminano con me. Ha senso riprendere contatti con chi ha vite divergenti e continua su percorsi diversi? Il mio tempo è prezioso e questo genere di incontri non sono prioritari. Non elemosino il tempo di nessuno e ho smesso da tempo di farlo.


Fa sempre piacere che ciò che sentivi e pensavi era qualcosa che altri hanno sentito e pensato come te. Non sono io sbagliato. Le esperienze che ho vissuto mi hanno insegnato delle lezioni che oggi ho compreso e messo in atto. Questa consapevolezza non è stata sviluppata da chi conoscevo e, occasionalmente, appare per poi scomparire subito dopo dal mio orizzonte. C’è chi sceglie di vivere una vita aperta, onesta con sé stesso e coerente con i propri valori e il proprio sentire. C’è chi sceglie la strada della convenienza, della mancanza di chiarezza, dell’equivoco e dell’ambiguità. Ognuno è responsabile delle proprie scelte e, come dice Adler, ha i suoi compiti da fare, compresa l’organizzazione in ambito relazionale e la comunicazione chiara in termini emotivi.