Oggi compio 50 anni. Da tempo, più di un anno, rifletto su questo numero. Ho cominciato prima ancora del mio 49esimo compleanno, consapevole che da quel giorno sarebbe cominciato il mio 50esimo anno su questo pianeta. Oggi quest’anno si conclude e ne inizia un altro.
Perché questo numero è così carico di significato? La risposta è semplice quanto raffinata: la tirannia del numero tondo.
Cos’è la “Tirannia del numero tondo”?
È un bias cognitivo e culturale che ci porta ad assegnare un significato sproporzionato e spesso artificiale ai numeri che terminano con uno zero (10, 20, 50, 100). Questi numeri agiscono come potenti “marcatori psicologici”.
- A livello cognitivo: La nostra mente ama i pattern semplici. I numeri tondi sono percepiti come punti di chiusura di un ciclo e di inizio di un altro. Creano un’illusione di ordine e di nettezza in un flusso temporale che, in realtà, è continuo.
- A livello culturale: La società usa i numeri tondi come riti di passaggio. Il 18°, il 40°, il 50° compleanno non sono solo date, sono carichi di aspettative, di bilanci e di “doveri” sociali. “A 50 anni dovresti…” avere una certa carriera, una certa stabilità, una certa saggezza.
Questa combinazione crea una “tirannia”: una pressione esterna e interna a fare bilanci, a sentirsi in un certo modo, a celebrare in un certo modo, solo perché il contatore ha raggiunto una cifra tonda.
Come funziona la tirannia: i meccanismi psicologici
La tirannia del numero tondo si manifesta attraverso diversi meccanismi:
- L’obbligo del bilancio: Ti senti costretto a fare un “bilancio esistenziale”. Questo può generare ansia, rimpianto (“cosa non ho ancora fatto?”) o una pressione a dover dimostrare di aver “raggiunto” qualcosa.
- La profezia della crisi: La “crisi di mezza età” è spesso associata ai 40 o 50 anni proprio per questo motivo. Il numero tondo agisce come un catalizzatore che ci costringe a confrontarci con la nostra mortalità e con il divario tra i nostri sogni e la nostra realtà.
- L’imperativo della celebrazione: C’è una forte pressione sociale a “celebrare in grande”, a trasformare il giorno in un evento performativo. Questo può creare stress e inautenticità.
- La cristallizzazione dell’identità: Il numero tondo ti invita a definirti: “Ora che ho 50 anni, sono ufficialmente ‘di mezza età’ o ‘vecchio’”. Ti spinge ad adottare un’identità statica legata all’età.
Qual è stata la mia reazione a questa tirannia, non nominata come sopra fino a poco fa, ma percepita?
L’obbligo del bilancio
Sono una persona abituata all’autoriflessione, complice una vita da freelance prima, con il tempo organizzato da me, e un sabbatico (life sabbatical) che dura da qualche anno, con ancora più tempo a disposizione per riflettere.
Il bilancio l’ho cominciato molto tempo fa. Ho fatto i conti con i traguardi superati e lo stato in cui mi trovo: salute, risorse finanziarie, relazioni sociali, relazioni familiari, ambizioni personali, desideri, sogni, paesi visitati. Ho capito che sono fortunato, ho vissuto tante vite in una e sono felice della mia vita attuale. Non rimpiango il successo né la carriera, concetto che ho sempre respinto, forse perché ho sempre avuto una mentalità più rivolta al gioco infinito (l’apprendimento continuo) che al gioco finito (il successo nel mondo del lavoro). Non ho rimpianti. Il passato non è qualcosa da ripercorrere con nostalgia ma un insieme di esperienze, fallimenti e successi, che hanno reso Luca chi è oggi e a cui Luca di oggi può guardare per capire meglio sé stesso e vivere il presente con maggiore cognizione di causa.
La profezia della crisi
Complice forse la temporalità queer che mi contraddistingue, la crisi di mezza età mi è venuta a cavallo dei 40 anni. Per un anno e mezzo mi sono interrogato, all’epoca, sull’invecchiare, sull’aspetto fisico, sulla perdita di attenzioni e di interesse per non essere più percepito come giovane. Poi ho capito, complice un libro, che ogni età ha i suoi pregi e i suoi difetti e che è inutile rimpiangere o rincorrere la giovinezza. Abbracciare la fase della vita in cui viviamo e coglierne i suoi benefici nel miglior modo possibile è la missione che mi sono dato.
Non ho da togliermi anni quando mi presento. Sono orgoglioso degli anni che ho e non ho niente da nascondere. Apprezzo chi mi dice che sembro più giovane, come complimento implicito, ma non lo considero né un valore, né un obiettivo. Il mio obiettivo è avere un’età biologica inferiore alla mia età anagrafica solo e soltanto per vivere più anni in salute. Se l’effetto collaterale è una pelle più giovane, ben venga.
Non credo quindi che i 50 segnino una nuova crisi o una nuova fase perché ho già interiorizzato il tempo che passa, il fisico che si deteriora e l’evoluzione segnata dal calo dell’intelligenza fluida a vantaggio dell’intelligenza cristallizzata. Combattere contro l’avanzare del tempo è stupido quanto inutile e comunque è una battaglia persa. Meglio impiegare le proprie limitate energie su altri fronti.
L’imperativo della celebrazione
Anche questo è un bisogno indotto, di cui mi sono reso pienamente conto nel momento in cui ho sentito l’esigenza di non festeggiare proprio nulla. Niente celebrazioni, se non una modesta cena in famiglia. Niente feste, niente bevute, niente serate, niente viaggi speciali, niente di speciale. Nella mia conversazione con l’intelligenza artificiale ho scritto:
“Un giorno meno 50 anni, 50 anni o un giorno in più, alla fine sono esattamente la stessa cosa.”
Senza pensarci, con questa frase ho espresso diverse sfaccettature della mia filosofia di vita.
Il flusso continuo contro il ciclo artificiale
Ho rifiutato l’idea che un giorno sia intrinsecamente più significativo di un altro solo perché finisce con uno zero. La mia esperienza di vita non segue questa logica sociale, autoimposta. Oggi vale quanto ieri e domani. Concetto che risuona nel non attribuire un significato particolare al 31 dicembre, a Natale o ad altre date importanti per la condivisione di esperienze comuni. Guarda caso queste date sono tutte parte di un ciclo sociale artificiale, che si ripete ogni 365 giorni. Ogni data ha acquisito un significato consumista. Occasioni buone per consumi extra, regali, cambiamenti e nuovi consumi.
Per me, complice la mentalità da freelance slegata quindi anche dai tempi scanditi dal lavoro – settimana e weekend, ferie limitate, feste pubbliche, pensione – posso stare a casa il giorno del mio 50esimo compleanno, non fare nulla di speciale, e poi fare un viaggio intercontinentale di due settimane due mesi dopo. Non ho bisogno della scusa del compleanno a cifra tonda per fare cose speciali. Le cose speciali, secondo il sentire comune, le faccio quando posso e quando voglio. Nel mio 50esimo anno, quello che si è appena concluso, ho viaggiato come uno degli anni della mia vita in cui ero uso più viaggiare. Sono stato, in ordine sparso, in: Germania, Rep. Ceca, Spagna, Francia, Regno Unito, Sri Lanka, Paesi bassi. In Italia sono stato a: Roma, Milano, Napoli, Torino, Trento, Bologna, Venezia, Firenze. Ho visitato gli Uffizi, il Guggenheim di Bilbao, Il Marmottan a Parigi, la GAM a Roma, la National Gallery e la Tate Modern a Londra, Palazzo Pitti, Brera a Milano e molto altro. Non ho fatto nulla di speciale in ognuna delle feste comandate o quando tutti sono in vacanza.
Il presente
Non c’è ansia per il futuro, né rimpianto per il passato. Vivo nel presente e cerco di vivere al meglio delle mie possibilità. Ogni giornata come se fosse l’ultima. Mi frustro quando alcune giornata la mia agenda è totalmente influenzata da fattori esterni a me. Mi compiaccio, come per la giornata di ieri, quando abito la mia giornata con le piccole abitudini che mi fanno star bene: fare i lavori di casa, alternandoli alla cura di me e alla pratica dello studio e della riflessione, insieme alla lettura e alla visione di film.
Vivo nel presente.
Niente metriche esterne, niente aspettative esterne da soddisfare
Non sono la mia età. Non sono il mio lavoro. Non sono il mio reddito. Misuro il successo non attraverso come gli altri mi vedono ma secondo i miei valori, le mie scelte, il mio livello di consapevolezza. Non mi sento meno anni di quelli che ho, non perché non mi sento bene fisicamente, ma perché non ho nessuna età del passato da rimpiangere, prima di scelte che non rifare o di momenti di picco da cui sono sceso. Oggi mi vedo al picco dei miei 50 anni in termini di benessere psicofisico, consapevolezza di chi sono e cosa voglio. Ognuno degli ultimi anni è stato un nuovo tassello nella comprensione della mia identità e dell’espressione della mia unicità.
Chi non mi frequenta e chi mi conosce solo per il mio lavoro potrebbe pensare che sono sceso dal piedistallo, caduto nel dimenticatoio, senza più stimolo, adattato a una vita mediocre e lontano dai riflettori, dalla gloria, dalle telecamere e dall’attenzione generale. Io mi vedo in tutt’altro modo e non è l’opinione altrui a farmi cambiare idea.
Autenticità contro performance
Una grande festa, come qualcuno avrebbe immaginato e suggerito, sarebbe stata una performance, più per gli altri che per me. Non ho bisogno di niente di tutto ciò. Non mi serve che qualcuno mi dica né che mi vuole bene, né che sono bello, né che sembro più giovane e non dimostro gli anni che ho, né di ricevere regali, né di ricevere attenzioni speciali, né di essere ricordato, né di sentirmi parte del gruppo sociale che mi vuole festeggiare. Non ho bisogno di questo.
Il bisogno che ho, ieri, oggi, domani, è di pace, tranquillità, autoriflessione. Posso dedicare parte della giornata per passare del tempo con le persone che più contano per me (i miei genitori, che rimangono e rimarrano sempre i miei genitori) e posso decidere di dedicare parte della giornata alla riflessione, come in questo momento in cui sto scrivendo questi pensieri. Posso decidere di farmi prendere dal momento, andare al mare, guardare un film, leggere un libro o fare una passeggiata. Già l’idea di avere questa possibilità di scelta, senza dover vedere qualcuno, impegnarmi per fare qualcosa con qualcuno, è un segno di grande libertà per me e quindi di pace con me stesso.
Questo è il festeggiamento più grande per me. Celebrare la persona che sono diventato oggi, fermarmi un attimo per guardarmi allo specchio, per poi continuare sul mio cammino. Con calma, determinazione, perseveranza, consapevolezza, attenzione, spensieratezza. Fino all’ultimo giorno in cui potrò farlo. Oggi posso e sono felice (e fortunato) di poterlo fare.
