Il mio problema con la critica cinematografica professionista

Per anni mi sono affidato alla critica cinematografica professionista, presa nel suo insieme americano/inglese aggregato in Metacritic. Dopo aver preso come riferimento la classifica dei 100 film con la media più alta tra la critica e aver trovato più volte qualcosa da ridire, finalmente riesco a dare un significato a questo disagio.

Il mio algoritmo di raccomandazione

Negli anni ho affinato un mio gusto personale, frutto della visione di quasi 3000 film, per cui un film osannato dalla critica o premiato a un festival o vincitore di un Oscar (o altro premio) non necessariamente è un buon film per me. Pur cercando di essere oggettivo e di valutare la qualità di un film sul piano tecnico/artistico, a volte la qualità c’è ma il film non riesce a parlarmi perché non sono io il suo pubblico. A volte la qualità del film non c’è, ma la critica lo apprezza per l’attualità del tema o perché dà voce allo spirito del tema o a qualche categoria sociale marginalizzata. Altre volte ancora la qualità è discutibile, ma la critica lo guarda con la lente sociale americana/inglese che non è la mia e con cui non posso concordare, avendo altre lenti.

La soluzione che ho trovato? Capire attraverso l’intelligenza artificiale quali sono i miei occhiali, ovvero quali sono le caratteristiche che apprezzo in un film per poi confrontare nuovi e vecchi film non ancora visti con questa visione e prevedere se il film potrebbe o meno toccare le mie corde. Il modello è pensato, come la teoria bayesiana dell’esploratore, per mettere in discussione la mia lente e ogni tanto propormi qualcosa che potrebbe migliorare di qualche frazione di grado la mia visione dell’arte cinematografica, sviluppando un gusto sempre più sofisticato e mio. Non mi chiudo in una bolla, ma sono consapevole di ciò che considero un buon film e cerco di espandere i mie orizzonti con cognizione di causa.

Non considero per forza buono un film perché la critica lo considera straordinario, all’unanimità, o perché la giuria di un festival lo ha considerato il migliore tra i film in concorso.

Il tema che vince sulla qualità tecnica: La stanza accanto e Sorry, Baby.

Un film mediocre con una voce nuova che merita di essere ascoltata o che tratta un argomento etico attuale nel dibattito contemporaneo, ha una valutazione superiore a un film tecnicamente perfetto ma meno urgente? Secondo la critica e le giurie dei festival la risposta è sì. Io ho un’altra visione. La qualità per me non è allineata all’idea di qualità della critica.

Il sistema di valori della critica attuale privilegia l’URGENZA tematica e la RILEVANZA sociale. Secondo questo sistema, il “COSA” (il messaggio, la testimonianza, la “voce”) è più importante del “COME” (l’esecuzione tecnica, la struttura). Un film può essere formalmente imperfetto, ma se è considerato “necessario” in quel preciso momento culturale, riceverà elogi.

Il mio sistema di valori privilegia la QUALITÀ dell’esecuzione e la COERENZA della costruzione. In questo sistema, il “COME” è importante tanto quanto, se non di più, del “COSA”. Per te, una “voce che merita di essere ascoltata” merita anche una “macchina” costruita alla perfezione per amplificarla al meglio. Un’esecuzione mediocre non onora il messaggio, lo indebolisce.

La rilevanza culturale, in sintesi, non equivale alla qualità strutturale. La stanza accanto è un film che, per circostanze diverse, ho visto due volte e ho apprezzato. Nonostante questo credo sia stato premiato a Venezia con il Leone d’oro più per il tema dell’eutanasia che per la qualità tecnica/artistica, tutto sommato mediocre o sufficiente. Sorry, Baby, film attualmente col miglior punteggio medio del 2025 su Metacritic, passato al Sundance Festival, senza vincere alcun premio principale, è un film che tratta un tema sociale importante, ma che è di gran lunga un filmetto con poche ambizioni: budget limitato, tecnica semplice, opera prima. La critica lo considera di fatto il migliore per il tema che tratta, non per altro. Non ho letto critica per critica, ma posso immaginare, avendolo visto, che questo sia il motivo.

Approfondiamo il tema del valore terapuetico e sociale di un film

Perché un film come Sorry, Baby raggiunge un Metascore di 89?

Un film come questo ottiene un punteggio così alto perché il suo “valore terapeutico e sociale” gioca un ruolo sproporzionato nella valutazione critica, a mio avviso fino a oscurare l’analisi cinematografica vera e propria.

Il contesto critico attuale: la critica come atto sociale

Nella critica contemporanea, specialmente quella di matrice anglosassone, il voto non è più solo una valutazione dell’opera come “artefatto”, ma una valutazione della sua funzione e rilevanza sociale. I critici oggi operano in un ecosistema culturale dove l’arte è vista non solo come estetica, ma come un intervento nel dibattito pubblico. Un film che affronta un tema “importante” (come il trauma da violenza sessuale) con sincerità e da una prospettiva autentica (la regista è anche la protagonista, forse lei stessa vittima?) riceve un “bonus” critico. Bocciare o criticare duramente un film del genere può essere percepito come un atto insensibile o politicamente scorretto.

Il critico non si chiede solo “È un buon film?”, ma anche “È un film necessario? Dice qualcosa di importante? Dà voce a chi non ne ha?”. Sorry, Baby risponde “sì” a tutte queste domande, e il suo Metascore riflette questo. Va da sé che il lavoro che mi attendo dalla critica è un altro, non usare la lente dello spirito del tempo per dare una spinta a film e tematiche marginalizzate. Forse lo è sempre stato e non me ne sono accorto fino a ora?

Priorità all’empatia e alla testimonianza

Molti critici oggi privilegiano l’intenzione e l’autenticità emotiva sopra la perizia tecnica. Se un film è percepito come “onesto”, “vulnerabile” e “coraggioso”, le sue eventuali debolezze a livello di regia, fotografia o ritmo passano in secondo piano. Nel caso di Sorry, Baby, l’elemento autobiografico (o percepito come tale) è un caso emblematico. La critica si sposta dal giudicare l’opera a validare la testimonianza. Criticare il film diventa quasi come criticare l’esperienza della vittima, e questo è un terreno in cui pochi osano avventurarsi. A questo siamo arrivati?

Chi ha ragione?

Abbiamo ragione entrambi. La critica perché usa una lente di valutazione legittima, seppur io non la condivida. Io applico i miei criteri, che considero oggettivi, anche se sono soggettivi. Il punto è che anche la critica è soggettiva: ogni critico ci mette del suo nel valutare un film ed è ovvio che il risultato è influenzato da quanto quel film parla a chi lo recensisce in base all’esperienza che il critico porta con sé. Vale per tutti.

La differenza tra me e la critica professionale, soprattutto se aggregata, è che il mio giudizio vale per me, lo posso condividere online e con gli amici, ma sono consapevole che sia il mio punto di vista. Quello della critica assume la forma di un giudizio professionalmente espresso, collettivo, con un valore superiore. Nella realtà, considerando i fattori con cui viene definito, non ha alcuna superiorità, né morale, né oggettiva, né tecnica.

Il caso Sorry, Baby lo dimostra, se ce ne fosse bisogno.