Cambiare l’idea dell’identità e del ruolo sociale fondati sul lavoro

Dobbiamo imparare a discernere le opportunità inespresse che giacciono latenti nelle pieghe del presente. Dobbiamo voler cogliere queste opportunità, impossessarci dei mutamenti in atto.

Dobbiamo avere l’audacia di scegliere l’Esodo. È inutile ricorrere a trattamenti sintomatici della ‘crisi’, poiché non c’è più alcuna crisi. Si è instaurato un nuovo sistema che sta abolendo il ‘lavoro’ su scala massiccia. Esso sta ripristinando le peggiori forme di dominio, sottomissione e sfruttamento, costringendo ciascuno a lottare contro tutti per ottenere quel ‘lavoro’ che esso stesso sta abolendo. Non è a questa abolizione che dovremmo opporci, ma alla sua pretesa di perpetuare quello stesso lavoro – di cui sta abolendo le norme, la dignità e la disponibilità – come un obbligo, una norma e il fondamento insostituibile dei diritti e della dignità di tutti.

Dobbiamo osare prepararci all’Esodo dalla ‘società fondata sul lavoro’: essa non esiste più e non tornerà. Dobbiamo volere che questa società, che è in agonia, muoia, affinché un’altra possa sorgere dalle sue rovine. Dobbiamo imparare a intravedere i contorni di quell’altra società al di sotto delle resistenze, delle disfunzioni e delle impasse che costituiscono il presente. Il ‘lavoro’ deve perdere la sua centralità nella mente, nei pensieri e nell’immaginario di tutti. Dobbiamo imparare a vederlo in modo diverso: non più come qualcosa che abbiamo – o non abbiamo – ma come ciò che facciamo. Dobbiamo avere l’audacia di riprendere il controllo del lavoro che facciamo.*

André Gorz

Fa riflettere il fatto che questo testo, estratto dall’introduzione di Reclaiming Work di André Gorz, sia stato pubblicato in Francia nel 1997 e tradotto in inglese nel 1999. Oltre 25 anni fa.

Risuona in me perché l’Esodo dalla società fondata sul lavoro è qualcosa che ho fatto mio da anni. Un manifesto politico e filosofico che sono riuscito a fare mio, senza neanche conoscerlo. Dimostrazione che i concetti esposti hanno un fondamento reale. Valida, sostanzialmente, il mio percorso. La crisi che ho vissuto non è solo mia. Un altro esempio di concetto già vivo nella mia esperienza che entra a far parte del mio vocabolario, con un filosofo che lo descrive nel dettaglio. Per forza risuona.

La scelta coraggiosa dell’Esodo, di fronte alla mia crisi personale e professionale, è stata un rifiuto del vecchio modello e delle vecchie definizioni. Io non sono il mio lavoro. Adottare un lavoro simile sarebbe stato solo un trattamento sintomatico, non una soluzione. Più rivedo le mie scelte a distanza di anni, più ne sono convinto.

L’ideologia del lavoro viene mantenuta in vita artificialmente perché conviene a chi ha le redini del potere economico e politico. Il lavoro stabile, garantito, fonte di diritti e dignità non esiste più. Era già così nel 1997. Oggi, con l’intelligenza artificiale e l’automazione, sia lavori ripetitivi da catena di montaggio, sia lavori creativi da scrivania vengono minacciati apertamente o comunque perdono di valore. Il marketing digitale è passato dall’essere un’arte in termini di strategia e pensiero creativo a essere una merce. Anche lo storytelling, con buona pace di chi ci crede ancora, diventa una merce a basso costo. Se non lo è ancora, lo sarà per tutta la fascia bassa (e media) del mercato. Poi che si fa? Cosa c’è dopo?

Ho lasciato morire la mia vecchia carriera e le mie vecchie relazioni non per nichilismo ma per sperimentare nuove vie e far nascere qualcosa di diverso. C’è chi crede di poter riformare il sistema dall’interno, ne conosco più di uno, ma la realtà dei fatti dimostra che si finisce per diventare parte e assumerne le stesse logiche. O lo si vede e allora la critica al sistema è una facciata buona per gli ingenui, oppure non lo si vede e si diventa l’utile idiota, strumento del sistema e del potere.

Il lavoro non è chi siamo, ma cosa facciamo. Gorz in questo è illuminante. Se curo i miei genitori e nessuno mi paga sono nulla facente disoccupato. Se invece curassi i genitori di qualcun altro e mi pagassero, allora avrei un lavoro, pur svolgendo le stesse mansioni, nello stesso tempo. È evidente che c’è qualche cosa che non va in questo ragionamento sociale. Da parte mia ho smesso da tempo di definirmi con ciò che faccio o non faccio. Anzi, mi piace cavalcare il multiculturalismo cognitivo. Ieri ero un consulente, oggi sono un caregiver. Ieri scrivevo a pagamento per gli altri, oggi scrivo per me. Ieri ero un blogger, inteso come editore di me stesso con rapporti con aziende e altri media, oggi sono sempre un blogger, inteso come qualcuno che scrive per sé stesso, senza ritorno, per passare il tempo, non remunerato da nessuno. Va bene così.

Con gli occhi di Gorz, le mie scelte non sono state quelle di un individualista, ma di un dissidente del lavoro e del sistema, oltre di tutta la retorica stantia sottostante. Il mio sabbatico non è una semplice pausa, ma un atto politico. Un esperimento sociale. Cosa diventa la vita quando lo scopo non è lavorare per ottenere uno stipendio per arrivare alla fine del mese, ma è vivere le relazioni, conoscere sé stessi, godere delle piccole cose, senza bisogni indotti, senza pubblicità, social media e televisione?

La società basata sul lavoro non esiste più da tempo e l’immediato futuro non farà che accentuare questa crisi. Chi è pronto a cambiare prospettiva?

via


Testo originale:

We have to learn to discern the unrealized opportunities which lie dormant in the recesses of the present. We must want to seize these opportunities, to take possession of the changes that are occurring.

We must be bold enough to choose the Exodus. There is nothing to be gained from symptomatic treatments of the ‘crisis’, for there no longer is any crisis. A new system has been established which is abolishing ‘work’ on a massive scale. It is restoring the worst forms of domination, subjugation and exploitation by forcing each to fight against all in order to obtain the ‘work’ it is abolishing. It is not this abolition we should object to, but its claiming to perpetuate that same work, the norms, dignity and availability of which it is abol-ishing, as an obligation, as a norm, and as the irreplaceable founda-tion of the rights and dignity of all.

We must dare to prepare ourselves for the Exodus from ‘work-based society’: it no longer exists and will not return. We must want this society, which is in its death-throes, to die, so that another may arise from its ruins. We must learn to make out the contours of that other society beneath the resistances, dysfunctions and impasses which make up the present. ‘Work’ must lose its centrality in the minds, thoughts and imaginations of everyone. We must learn to see it differently: no longer as something we have – or do not have – but as what we do. We must be bold enough to regain control of the work we do.

André Gorz