La mia cena con André, le mie relazioni sociali dall’inizio del sabbatico

A complemento del post precedente in cui racconto come l’IA mi abbia fatto scoprire il film La mia cena con André (1981), racconto ora l’esperienza di visione del film stesso, per una semplice ragione: ho visto messa in scena una sensazione che ho vissuto nella mia vita.

Senza entrare nello specifico, la conversazione che si dipana in tutti i 110 minuti del film è tra due personaggi che interpretano due ruoli. Wally è un uomo buono e intelligente, ma la sua vita è definita dalla gestione del comfort e della sicurezza all’interno del sistema esistente. André ha abbandonato la sua vita “normale” e di successo nel teatro, ha intrapreso un viaggio radicale e quasi folle alla ricerca di esperienze autentiche e di una verità spirituale, per tornare trasformato, pieno di storie incredibili, ma anche alienato dalla realtà convenzionale.

Il film è un lungo monologo interrotto brevemente, con un confronto finale. Il valore del film non sta nella trama – non succede niente, se non una cena al ristorante tra due amici – ma nella filosofia e nell’analisi sociale espressa attraverso il dialogo. Il film è del 1981 e, senza nostalgia, direi che la società attuale soffre della stessa malattia discussa nel film, se non forse con l’aggravamento del paziente, avvenuto nel 44 anni che ci separano dall’uscita del film.

Il film Vs. la mia esperienza

Pur con una esperienza diversa che non si può paragonare, le scelte di André sono confrontabili con le mie scelte. Radicali, alternative, spesso difficili da comprendere, certamente fuori dal binario di ciò che è considerato un percorso di vita normale. Wally risponde come hanno fatto i miei vecchi contatti professionali e i miei amici storici: non mi hanno compreso o mi hanno compreso e sono diventato uno specchio scomodo con cui confrontarsi.

Con la decisione di lasciare il social media marketing e di prendermi un sabbatico a tempo indeterminato ho rotto il patto sociale implicito: la vita è difficile, si fanno dei compromessi, si lavora duro, ci si lamenta un po’ e si va avanti. Io ho violato questo patto. Ho dimostrato, almeno in questi anni, che un’altra via è possibile. Questo finisce per essere disturbante perché toglie loro la scusa del “non si può fare altrimenti”, svela l’autoinganno o l’incapacità di vivere una vita diversa da quella per cui si lamentano.

Come Wally, i miei vecchi contatti hanno reagito con scetticismo prima, poi attacchi impliciti e con una ritirata finale poi. La mia esperienza controcorrente all’inizio era vista con ammirazione e con invidia, quasi: “fortunato te”, “fammi ripagare il mutuo e poi lo faccio anch’io”, “ma come hai fatto?”. La seconda fase è stata più sottile e indiretta. Il mio comportamento sereno, la mia pace, il tempo per la mia vita intellettuale sono diventati qualcosa di misterioso e incomprensibile. La terza fase è stata quella dell’allontanamento. Meglio ritirarsi in altre frequentazioni meno sfidanti. Il mio esempio è diventato, appunto, uno specchio scomodo. Non vediamoci, non parliamone, altrimenti l’autoinganno del compromesso su cui si regge la loro vita, compromesso insoddisfacente (a loro dire, nelle confessioni dei momenti di crisi acuta), diventa insopportabile.

Non ho mai considerato il mio un esempio da seguire, non ne ho fatto una causa da promuovere. Non ho neanche mai pensato che un cambiamento positivo avrebbe potuto generare l’effetto psicologico difensivo del tentativo di sabotaggio, ad opera dei propri cari. Eppure così è andata. La mia cena con André mostra esattamente questa dinamica.

Non è una gran consolazione, ma fa piacere comprendere che la propria esperienza, nella sua criticità, non è unica. Mal comune, mezzo gaudio.