Gli ultimi due mesi (e mezzo) sono stati un ottovolante continuo. Tra le ultime vette con caduta libera non mi sono neanche fatto mancare un ricovero al pronto soccorso e un bell’intervento chirurgico d’urgenza. Tutto considerato, forse sono arrivato a 2 giorni da un check put anticipato da questo mondo, ma evidentemente non era il mio destino.
Dal 4 Novembre, che segna il mio D-Day da cui contare i mesi, anni che mi rimangono, ne ho continuato a vedere di nuove ogni giorno. Dolori addominali al limite del sopportabile, combinazione di un intervento chirurgico molto invasivo – l’urgenza, non è la programmazione – e della mia condizione, la mattina dopo lo stesso intervento. Ho finalmente toccato un dolore che, se interrogato, avrei definito 10/10 e forse anche di più. Oppure la mia capacità di sopportazione è giunta a un livello di non ritorno (= non ne posso più). Ho avuto effetti collaterali importanti per un farmaco che avrebbe dovuto farmi dormire meglio e soffrire meno.
Sono tornato, ironia della sorte, a dipendere dalla televisione per distrarmi dalla sofferenza, soprattutto di notte. Mi sono riavvicinato a esperienze che ho rifiutato per anni: la televisione come anestetico e passatempo, insieme ai videogame casuali. Questa la dice lunga sul livello della mia capacità mentale di concentrarmi, pensare, agire. Ho smesso di scrivere, scrivere a mano e mi sono ridotto a esprimermi col telecomando, oltre che con lo smartphone. Più video che testo, più video brevi che video lunghi, i miei nuovi compagni di viaggio sono diventati Shaun la pecora (che apprezzavo già per altro) e Masha e Orso. La stanchezza fisica e la debolezza mentale giocano brutti scherzi. Altro che elaborazione di libri con l’intelligenza artificiale, lettura e studio, film in lingua originale. Non ho ancora ripreso nessuna di queste attività, salvo un po’ di lettura. Sono riuscito a finire Nella carne, che nel frattempo ha vinto l’edizione 2025 del prestigioso Booker Prize, l’unico tra i finalisti di quest’anno che ho letto.
Ho avuto l’ebbrezza di essere chiuso con 35 punti metallici, che con la restrizione della pancera per ogni movimento che non sia stare sdraiato, non sono per niente divertenti. A distanza di meno una settimana dall’intervento mi sono rimesso in piedi e sono stato dimesso. Qualche altro giorno e me ne hanno tolti più della metà.
Il picco della tribolazione – non uso più ormai il termine sofferenza, perché mi sembra inadeguato – sembra essere passato e certamente sto molto meglio di come stavo un paio di settimane fa. Detto questo, la strada è lunga e ripida. al braccio destro ho un PICC, regalo del periodo di ricovero che probabilmente continuerà a servirmi, con una medicazione che mi prude e mi stringe il bicipite (o quel che ne rimane), che devo cambiare ogni 1-2 settimane. La pancera è un’amica che resterà con me fino a fine 2025 e che mi limita i movimenti, mi impedisce di espandere la cassa toracica quando respiro, fa il suo necessario lavoro, ma contribuisce a rendermi la minzione e la digestione più difficili, comprimendo tutto l’addome. Da più di due mesi non dormo una notte intera di sonno e non posso che dormire supino. Il giorno in cui potrò dormire di nuovo su un fianco sarà una immensa conquista. A proposito della gioia delle piccole cose.
Occlusione superata, ho ripreso appetito e ho ricominciato a mangiare di più, pur con tutte le limitazioni di un intestino a cui ora manca un pezzo e che deve supplire alla funzione del tratto che non c’è più. Per ora ha ricominciato a funzionare e questo è ciò che conta. La mia gioia quotidiana è mangiare un semplice pezzo di pizza bianca e un altro di pizza rossa, dal fornaio. Non è neanche una trasgressione, considerando che rientra nei cibi che posso mangiare, ma mi sembra un lusso quotidiano che mi fa andare avanti. La mia dieta a base vegetale e integrale è per forza di cosa stata accantonata. Non ho ricominciato a mangiare carne e non lo farò, ma ho incrementato il consumo di pesce a giornaliero, da occasionale come è stato per anni. W i biscotti inzuppati nel tè.
Sono super felice di essere tornato a casa, ma all’inizio avevo un sentimento ambivalente. In ospedale dopo tutto, pur avendo un letto inadeguato e libertà ridotta, avevo chi si prendeva cura di me, giorno e notte, con umanità e professionalità. Non me ne dimenticherò. A casa ho degli amici che si sono prestati e si stanno prestati a fare una staffetta per curarmi e cucinare per me. La strada è ancora lunga.
I conoscenti che sono venuti a sapere del mio intervento si sono moltiplicati e così sono arrivati nuovi messaggi da persone che non sentivo da mesi o anni. Ogni pensiero di supporto e vicinanza è benvenuto e apprezzato. Non posso però non notare che molti di questi messaggi mi sembrano problematici. In alcuni casi ho la percezione che si tratti di figliol prodighi che, col senso di colpa per come mi hanno trattato, mi scrivono per vederci e per avere la mia assoluzione. Senza considerare che il tono che percepisco è anche spesso quello di qualcuno che ha fretta e preme perché ha la sensazione che io abbia i giorni contati. No, non sono ancora morto e non intendo lasciare questa terra ancora per un po’.
C’è chi era ansioso per la mia permanenza in ospedale, tanto da chiedersi e chiedermi quando sarei stato dimesso, appena a un paio di giorni dall’intervento, quando tra me e me il mio unico pensiero era quello di smettere di soffrire e vivere un altro giorno. A proposito della difficoltà di comprendere da persona sana che chi soffre non ha tanti pensieri, se non il dolore, che prova o ha provato fino a poco prima. C’è anche chi non si fa una ragione delle carte che il destino mi ha messo in mano nell’ultimo giro, certamente più di quanto io abbia già fatto con me stesso. Creando un paradosso per cui finisco per ricevere messaggi che risultano egoisti e che non sono di nessun supporto o aiuto a me che sarei quello che soffre e che deve giocare questa mano della partita. Va da sé che in queste condizioni quale incentivo posso avere nell’interagire, vedere, parlare con queste persone? Prossimo a zero.
La convalescenza continua a casa, con molta pazienza, anche se il recupero sembra più che buono a giudicare dai chirurghi, almeno per quanto riguarda l’intervento e il post-operatorio. Vedremo. Io, gioco forza, sono già proiettato sulla prossima fase, anche perché la partita vera e propria deve ancora cominciare. L’intervento chirurgico è stato un diversivo necessario, parzialmente utile a migliorare il quadro generale, ma comunque un diversivo rispetto alle terapie che mi appresto a svolgere. Terapie che per altro non sono state ancora individuate. La settimana prossima dovrebbe essere quella decisiva, insieme a quella successiva, per capire i prossimi passi.
Il percorso resta lungo e tortuoso. Come un videogioco in cui superi un livello di difficoltà e ne hai subito un altro da affrontare, diverso e più difficile. Il destino mi ha immerso in questo gioco da inizio settembre e non ho facoltà di scelta di interrompere. Posso solo fare del mio meglio e andare avanti. Scelta obbligata. Vivi o muori. Nel caso dell’intervento d’urgenza, quasi letteralmente.
Negli ultimi 10 giorni non ho avuto quasi lucidità mentale per mettermi davanti al computer e scrivere, figuriamoci pensare! Credo però che nel 2026 dismetterò tutti i miei domini attivi, escluso questo. Tempo di applicare un ulteriore livello di semplificazione della mia vita digitale, oltre che fisica. Tirare parzialmente i remi in barca, per avere più energie per affrontare le sfide della malattia e della vita. Ne avrò bisogno. Le velleità dei miei progetti professionali digitali si scontrano con la realtà e quindi inutile perseguire false speranze. Semmai il vento dovrebbe cambiare a tal punto da permettermi di pensare seriamente ad altro, ci penserò a tempo debito. Meglio portarsi avanti, anche perché tra tutti gli scenari possibili, quelli più negativi non mi permetterebbero poi di recuperare energia da dedicare anche alla gestione di ciò che resta. Meglio intervenire quando ci sono le condizioni.
