Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.
A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.
Il futuro che non c’è più
Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.
Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.
Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?
La filosofia del collasso del futuro
Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.
1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”
Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.
Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.
2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”
Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.
Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché non io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.
Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).
3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)
Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).
La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.
4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro
La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.
Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.
Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.
La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:
- densità del presente (far contare il tempo che rimane);
- chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).
Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.
