Proprio un anno fa lasciavo una traccia sul ridurre il controllo.
Ho deciso, per un anno intero, di fregarmene di produttività, lavoro e argomenti correlati. La posta in arrivo non è mai stata vuota. Alcune newsletter si sono accumulate. Ho continuato a vivere, divertirmi, uscire, conoscere gente, dormire beatamente. Non è successo niente di grave. Ho resistito al pianificare troppo weekend, viaggi e non ho voluto vincolare l’agenda oltre il necessario. Ho fatto bene, perché ne sono nate opportunità di rivedere amici e di improvvisare altre esperienze positive. Ci vuole un equilibrio in tutto e anche in questo: qualche piano e qualche spazio vuoto.
Col senno di poi, il motivo per cui negli ultimi mesi ho affrontato la mia nuova condizione di paziente oncologico a testa alta, senza sbandamenti, focalizzato sulla comprensione e sull’azione, prima ancora che sull’accettazione della realtà, forse è proprio anche perché ho compreso che il controllo è qualcosa che non si può avere, anzi. Il controllo è qualcosa a cui tendere, ma che si deve lasciare, se si vuole affrontare la vita con serenità e leggerezza.
Ne parlavo ieri con un amico che è venuto ad aiutarmi nella preparazione della cena: una cosa con cui ho fatto molta fatica è accettare di dover chiedere aiuto e di dipendere dall’aiuto degli altri. Fino a oggi lo è stato e lo è ancora in una misura tutto sommato minore. Nel prossimo futuro lo sarà probabilmente ancor di più. La fatica nasce dal fatto che sono sempre stato una persona autonoma e indipendente, che ha sempre creduto nella propria capacità di agire. Felice di fare, anche sbagliare, ma sempre in seguito a una scelta personale.
Negli ultimi mesi mi sono dovuto di nuovo confrontare con il tema della perdita di controllo, a un nuovo livello. Il mio corpo ha sempre risposto in modo efficiente e coerente con i miei comportamenti e la mia cura del benessere personale. In parte è stato uno shock dovermi rendere conto che il mio corpo non risponde più alla mia mente e che si è trasformato sotto i miei occhi, creando una sorta di divergenza tra chi sono e l’immagine che avevo/ho di me stesso.
Non è semplicemente la presenza di cellule fuori controllo che scopri abitare dentro di te. Il trauma vero e proprio ha inizio quando ti rendi conto che l’organismo non funziona più come dovrebbe, nonostante tutti gli accorgimenti che hai adottato nel tempo per farlo funzionare al meglio. Se poi aggiungi che il malfunzionamento diventa difficile da interpretare e che i fattori che determinano lo stato di salute/malattia e la presenza/assenza di dolore sono così complessi che è di fatto impossibile o quasi individuare correlazioni con comportamenti virtuosi/dannosi, non c’è via d’uscita.
Ti rendi conto che non hai più controllo neanche sul tuo corpo e sulla tua salute. Sì, sono diventato molto più bravo nell’interpretare i sintomi e nell’ascoltare i segnali che il corpo mi invia, vero, ma da qui a capire quali comportamenti adottare per stare meglio siamo molto lontani. Ho capito che l’organismo, soprattutto quando sotto stress per una causa interna come può essere il cancro, cerca di compensare difficoltà e rispondere al meglio che può, ma non senza manifestare dolore o malfunzionamenti. In questo, il sistema digerente è purtroppo un sistema molto delicato in equilibrio precario. Se va in crisi, le ripercussioni sono su tutto l’organismo. Se non assimili i nutrimenti, il fisico ne risente a livello sistemico e il declino è progressivo.
Pur nello shock di confrontarmi con questa nuova realtà, le consapevolezze acquisite negli anni mi hanno aiutato ad adottare un atteggiamento di accettazione, in una fase in cui i più forse restano nell’impotenza, nell’incredulità e nello sconcerto. Posso dire di aver avuto modo di esercitarmi, dal momento in cui il tumore è entrato nella fase di manifestazione della sua presenza al punto da provocare dolori e malfunzionamenti della digestione. Sono arrivato, in alcuni momenti estremi, ad avere un orizzonte temporale di respiro in respiro, tanto era alta la sofferenza e l’impotenza di fronte al dolore estremo. Oggi l’orizzonte si è espanso e vivo per lo più alla giornata. Un giorno per volta. Il primo traguardo che vedo è la TAC al termine del primo ciclo di chemioterapia, previsto per fine febbraio. Fino ad allora navigo a vista, consapevole che le cose non migliorano di giorno in giorno e neanche di settimana in settimana, ma che continuo a vivere in un limbo in cui anche una mattina in cui mi alzo più riposato del solito è un successo da celebrare. Se sono qui a scrivere oggi è perché ho abbastanza energia per farlo, cosa da non dare per scontata.
L’altro aspetto chiave della perdita di controllo è l’aiuto degli altri. A 50 giorni dall’intervento di rimozione del colon cieco posso dire di aver recuperato un po’ di autonomia, ma siamo ancora a livelli ridicoli, se confrontati anche soltanto con quelli di 3-4 mesi fa. Il mio livello di energia resta molto basso. Non esco di casa, se non per andare a pranzo dai miei o in ospedale per terapie e visite, o per qualche breve passeggiata se il tempo e l’energia lo consentono. Non guido ormai da fine settembre. Non vado a fare spesa. Non cucino e comunque ho una dieta molto ristretta (a basso residuo), conseguenza di una capacità digestiva ancora limitata. Non posso fare sforzi di alcun genere.
La speranza è che la chemioterapia faccia il suo effetto, che il recupero dall’intervento chirurgico faccia presto il suo corso (tengo ancora la pancera quando non sono sdraiato) e che quindi energia fisica e digestione tornino più o meno alla normalità. Il percorso è ancora lungo e tortuoso, la pazienza necessaria elevata, il risultato non scontato, ma questa è la realtà. Negarla, combatterla, ignorarla non la cambia.
Se non è questa un’applicazione concreta, quotidiana, vera di perdita di controllo, non so cosa possa esserlo.
