In ospedale, durante l’infusione della chemioterapia nel secondo giorno della terza sessione il 31 Dicembre scorso, mi è venuto (di nuovo) da piangere. Non ricordo cosa ha scatenato le lacrime. Forse il dolore per la costipazione e il gonfiore addominale conseguente, unito alle parole dell’oncologa sul prendere atto che in questa fase il mio intestino è ancora incarcerato. Nel riflettere con l’intelligenza artificiale su questa espressione, il messaggio di Gemini si è concluso così:
Non è finita. È solo dannatamente lunga.
Forse in questo mi è venuta la consapevolezza, per niente originale me ne rendo conto, che non è finita, fino a quando non è finita. Espressione, usata nel titolo, che mi è venuta voglia di tatuarmi nell’avambraccio destro, come incoraggiamento nei momenti più bui di fronte a me. Non posso farmi il tatuaggio oggi, per vari ragioni mediche. Lo farò appena potrò farlo, se potrò farlo. Ne avrò bisogno.
Questo aneddoto mi è tornato in mente ora guardando un video su YouTube che loda la mia serie TV preferita dell’anno 2025, The Pitt (HBO Max), paragonandola a una epica battaglia presente nel Signore degli anelli. Nel caso della serie tv, dove si narra una giornata in un pronto soccorso statunitense in cui il personale medico deve fronteggiare un arrivo ingente di feriti da arma da fuoco, colpiti da un pazzo nel corso di un festival, l’epica della battaglia si ribalta e si specchia in un’epica del tentativo di salvataggio di vite umane. Più o meno con le stesse dinamiche di racconto.
Tutto ciò mi dà modo di riflettere sul mio approccio al cancro di stadio 4 e alla malattia su cui è prevista la cronicizzazione e non la guarigione.
Ho sempre rifiutato la retorica della battaglia, della lotta, della guerra contro la malattia, qualsiasi essa sia. Per un motivo molto semplice. Prima o poi, come nel mio caso, si perde. La retorica della lotta implica, tra le possibilità, che chi perde non ha lottato abbastanza. Il solo pensiero mi sembra offensivo e non lo voglio neanche discutere.
Preferisco usare altre parole. Prendendo spunto da come viene raccontata la storia in The Pitt, mi piace di più pensare al mio rapporto con il cancro come una occasione, uno sforzo a dare il meglio (di me). Non è una prova, non devo dimostrare niente a nessuno. Non c’è niente da vincere, qui o nell’aldilà. La sfida è con me stesso e con nessun altro. Cercare, con autoindulgenza e compassione, di tirare fuori dalla mia esperienza di vita la reazione migliore, date le circostanze che mi trovo ad affrontare.
A ben vedere, non è niente di diverso dalla risposta alle difficoltà della vita che ho sempre cercato di dare. Perché dovrei cambiare adesso? Questo non significare non mollare mai o combattere fino all’ultimo respiro o qualcosa di simile. Rifiuto anche questa retorica. Dare il massimo significa anche riconoscere la sconfitta, quando si presenterà. La partita è truccata. Sappiamo già come va a finire ed è un bene che sia così. In ogni caso, piaccia o no, non ho stabilito io le regole e l’unica cosa da fare è accettarle. Più facile farlo da sani e con un orizzonte futuro indeterminato e prolungato. Più difficile quando sei malato, quando la pazienza che devi esercitare richiede uno sforzo a volte sovraumano, quando soffri e non vedi una via d’uscita.
Fino all’ultimo respiro
Sì, vivere è vivere fino all’ultimo respiro. Nella mia condizione, come in altre simili e non, la vita finisce però ben prima dell’ultimo respiro. L’ultimo respiro è il momento in cui il personale medico e i familiari chiudono una fase e ne aprono un’altra. Il malato, a quel punto, è già spesso incosciente.
Per discutere di malattia, di fine vita, di cancro e di patologie che hanno un destino segnato, bisogna avere maggiore riguardo nell’uso delle parole. Ecco, se posso permettermi di aggiungere una nota a margine, spesso in questo frangente chi non si pone il problema di dare il meglio di sé è proprio chi circonda il malato. A partire da chi pensa che bisogna accanirsi e lottare fino all’ultimo respiro, quando la partita in realtà è già finita da tempo.
Pensaci la prossima volta che vuoi incoraggiare una persona malata a reagire a una diagnosi infausta. Informati bene prima di parlare. Le frasi fatte lasciano il tempo che trovano o, per i malati più consapevoli, diventano pesanti e altrettanto dolorose, perché dimostrano lontananza e incapacità di comprensione.
Se vuoi incoraggiare un amico malato a combattere, prima di tutto armati tu delle giuste parole e della sensibilità necessaria. Il mio non è un puntare il dito, ma un umile invito a sviluppare un livello di maturità superiore, quale richiederebbero circostanze simili. Altrimenti perché il malato, già gravato dalle circostanze, dovrebbe dare più di quanto chi gli sta intorno non dimostra di dare?
Quindi sì, non è finita fino a quando non è finita, ma dobbiamo riflettere sul concetto di fine, tema che richiederebbe una discussione a parte. In questo contesto mi limito a dire che per me la fine è quando la dignità nel vivere quotidiano si perde irreparabilmente.
La strada è ancora lunga e tortuosa. Il cammino accidentato continua. L’orizzonte lungo abbastanza da non discutere neanche di speranza. Avanti, con coraggio e rispetto, prima di tutto per me stesso.
