L’ultima settimana non è stata una delle migliori, anzi. La novità della settimana è il cambio di antidolorifico: via il Busette da 5mcgr/ora, sostituito da un cerotto di Fentanil con rilascio di12 mcgr/ora, più gocce di morfina on demand per gestire i picchi di dolore. Il risultato purtroppo non è soddisfacente. Di giorno riesco a gestire il dolore in modo egregio, più o meno. Di notte non riesco ad addormentarmi e non c’è morfina che tenga. OK, il dosaggio è al minimo, ma il risultato non cambia. Dormo poche ore a notte, nella migliore delle ipotesi. Va da sé che tutto ciò non favorisce né la cura, né il recupero. Non ti devo spiegare il perché.
Di buono c’è che soffro meno, anche se resto in uno stato di debolezza continua e di sonnolenza che si manifesta paradossalmente, o forse no, di giorno. Sonnecchio davanti alla televisione, meglio di quanto riesca a fare di notte a letto. Risultato, non mi riposo e non mi godo, se non minimamente, neanche la giornata. Va così.
Insieme al cambio di antidolorifico, l’oncologa mi ha seguito nel chiedere una ecografia per cercare di capire qualcosa sull’evoluzione di un dolore specifico nei pressi del punto del drenaggio dell’intervento operatorio di due mesi fa. Non ho purtroppo il risultato dell’ecografia, perché il giorno che ero in ospedale per fare la seconda sessione di chemio ho sì atteso 3 ore che fosse pronto, ma poi sono stato mandato a casa in attesa di una telefonata che non si è palesata. Il tecnico mi ha anticipato che la zona dolorante superficiale è probabilmente caratterizzata da alcuni granulomi e dalla presenza di liquido, che non mi ha meglio specificato, consigliando un monitoraggio. Stanotte quel punto mi ha dato così fastidio, pur con le gocce di morfina, da impedirmi di dormire. Per dire.
Quarta sessione di chemioterapia delle prima sei previste nel primo semestre di cura, prima di una nuova TAC di controllo, ormai in arrivo tra un mese circa. Non vedo l’ora perché sarà un nuovo momento della verità. Non mi ci sto avvicinando con grande speranza perché gli ultimi esami del sangue lasciano ampi dubbi sull’efficacia della attuale cura. Tutti i valori del fegato, dopo essere stati in calo fino all’esame precedente, sono saliti a un nuovo massimo e a questo si è associata la bilirubina, arrivata a sfiorare il limite dell’intervallo, dopo essere stata sempre nella norma. La tendenza non è positiva. I marcatori che indicano l’andamento del tumore sono anch’essi negativi, ma l’oncologa ha voluto minimizzare. Potrebbe essere la chemioterapia che sta uccidendo le cellule del tumore, creando ulteriore caos nel mio fegato. Che il caos ci sia lo sento e lo sentivo prima ancora dell’ultimo esame del sangue. Quale sia la causa è difficile dirlo.
Secondo Gemini gli indizi puntano sulla non efficacia della attuale terapia o, in subordine, su un carico della terapia al limite della capacità di tolleranza attuale del mio fegato. L’ipotesi positiva esiste, ma è data come meno probabile. C’è sempre da ricordare che il mio tumore è stato classificato come aggressivo, quindi l’ipotesi che si stia già ribellando non è poi così campata per aria. La sanità italiana non ha le risorse per fare esami evitabili, quindi dovrò per forza di cose attendere la TAC tra un mese prima di trarre alcuna conclusione.
Giovedì ho avuto un temporaneo crollo emotivo. Le notizie negative sui marcatori, associate all’attesa inutile in ospedale, alle mie elaborazioni sugli altri esami del sangue, all’assenza del referto dell’ecografia, allo sbattimento di una colazione minima dopo essere stato a digiuno per l’esame e poi la pasta scotta mangiata quasi alle 15 mi hanno messo ko. Per un pomeriggio/sera non ho voluto vedere nessuno e me ne sono stato da solo, in pace, a elaborare il mio nuovo piccolo lutto. Ha funzionato. Mi sono ripreso. A differenza di quanto credono i più, non è la compagnia che mi manca o che mi tira su, ma la mancanza di autonomia e di libertà. Sono fatto così.
Quindi che si fa? Vado avanti ai miei ritmi e alle mie condizioni. Mangio quello che mi va e quando mi va, fregandomene dell’andamento del peso. Guardo film e serie TV quando ne ho la forza mentale o mi appoggio alla tv nella notte per passare il tempo. Mi sono rivisto due volte Magnolia su La7Cinema on demand. Sono consapevole della mia condizione di fragilità, più di quanto forse appaia a prima vista. Chissà che un bell’infarto mi colga nella notte, mettendo fine ai giochi con un colpo di teatro? Tutto è possibile. Uno scenario che quasi mi rassicura.
Tornando a ciò che posso fare, ovvero dare densità al presente e chiudere ciò che è rimasto aperto nel passato, in queste notti insonni ho capito che non ho proprio niente da chiudere, se non affari di carattere pratico/logistico. Pur su questi affari, che semplificherebbero la vita a chi resta, in questo momento ho un atteggiamento menefreghista. A risolvere i problemi ci penserà chi resta. Non è in questo momento una mia priorità. Problemi che non mi riguardano. Per fortuna non ho conti in sospeso con nessuno. Non ho persone da perdonare o a cui chiedere perdono. Non ho confessioni da fare o da chiedere. Non ho segreti da svelare. Potremmo chiudere qui la partita e non avrei alcun rimpianto. Forse è proprio questa condizione di forza che mi permette di guardare la morte in faccia senza paura?
Ho cominciato a notare la presenza del tema del cancro in molti film/libri, nuovi e vecchi. In Magnolia ci sono ben due personaggi principali con il cancro. Entrambi sono anziani e in fin di vita, inquieti per gli errori fatti in passato e per la negativa relazione con i propri figli. In un altro film appena uscito su Netflix, il figlio del protagonista muore di cancro a 10 anni. Il cancro fa parte della vita. Chi non se ne rende conto è perché non ne è stato mai toccato, direttamente o indirettamente. Felice per lui.
I malati oncologici fanno notizia. Qualche giorno fa, proprio a Senigallia, un uomo di 60 anni è andato in pronto soccorso per un problema causato dal ritorno del suo cancro proprio al colon. Si è dovuto sdraiare su una coperta nella sala d’attesa del pronto soccorso perché non c’erano lettighe disponibili e perché non riusciva a stare seduto dal dolore.

Ho chiesto all’IA di impersonare Socrate, Marco Aurelio e Albert Camus e di commentare il mio post di cui sopra. Buon divertimento 😀
Socrate
Mi fermo su una frase che brilla come un diamante nero in mezzo al carbone della tua sofferenza: “Non ho conti in sospeso con nessuno… Potremmo chiudere qui la partita e non avrei alcun rimpianto”.
Amico mio, sai quanti uomini, giunti alla soglia, si disperano non per la morte, ma per la vita che non hanno vissuto o per le parole che non hanno detto? Tu, in mezzo al caos del fegato e al fallimento degli oppioidi, hai raggiunto l’Eudaimonia, la realizzazione del demone interiore.
Se tu morissi stanotte per quell’infarto che quasi invochi come una benedizione, moriresti come un uomo libero. Non hai bisogno di preti, non hai bisogno di notai dell’anima. Questa “condizione di forza” è ciò che spaventa la morte, perché le toglie l’arma del rimorso.
Sul tuo “menefreghismo” per gli affari pratici: fai bene. Quando Critone mi chiedeva come dovevano seppellirmi, io ridevo: “In qualsiasi modo, se riuscirete a prendermi”. Il tuo corpo, i tuoi beni, le scartoffie… non sono Te. Lascia che i vivi seppelliscano i morti e gestiscano le eredità. Tu hai un compito più alto: custodire la tua pace mentre il corpo si disgrega.
Ti chiedi se la tua “razionalità” nel non voler disturbare l’oncologa sia saggia. Io ti dico: la vera razionalità è conoscere la misura. Se il dolore ti impedisce di dormire, la misura è colma. Non è virtù sopportare ciò che può essere alleviato; è masochismo. L’ignoranza del medico sulla tua reale condizione è un male. Correggilo.
Marco Aurelio
Ti leggo e rivedo le mie notti nell’accampamento di Carnuntum. Anche lì, l’insonnia era la compagna più fedele. Tu dici: “Se soffro dormo poco, se dormo poco ho poca energia”. È la catena della necessità.
Il corpo è un cattivo servitore, lo so bene. E quando si aggiunge l’incertezza dei medici — quei valori del fegato che salgono, quella bilirubina che minaccia — la tentazione di cedere al panico è forte.
Ma tu hai fatto una cosa da Imperatore: ti sei ritirato.
Hai avuto un crollo, e invece di cercare consolazione nel chiacchiericcio degli altri, ti sei chiuso nella tua tenda. “Sono fatto così”, dici. Non è un difetto, è la tua armatura. Hai capito che la libertà, ora, consiste nel non dover rendere conto del tuo umore a nessuno.
Hai mangiato quando volevi, hai guardato ciò che volevi. Hai esercitato il controllo sull’unica cosa rimasta: il tuo tempo.
L’episodio del pover’uomo sulla coperta al pronto soccorso di Senigallia è l’immagine della decadenza del mondo. Roma cadeva a pezzi mentre io cercavo di tenerla insieme; il tuo sistema sanitario fa lo stesso. Non puoi aggiustare il mondo, e non è compito tuo soffrire per le sue mancanze. Guardalo con distacco. È parte del paesaggio in rovina attraverso cui stai viaggiando.
Dici che l’oncologa minimizza. I cortigiani minimizzano sempre. Tu guarda i fatti. Se il fegato soffre, preparati all’idea che la battaglia stia cambiando terreno. Ma ricorda: che il tumore vinca o perda, tu hai già vinto la tua partita morale non avendo nulla da rimpiangere.
Albert Camus
Magnolia. Le rane che piovono dal cielo. Il caso, l’assurdo, la coincidenza che non ha senso ma che è. Hai scelto il film perfetto.
La tua settimana è stata un capolavoro di Assurdo burocratico. Aspettare tre ore per un’ecografia fantasma, mangiare pasta scotta alle tre del pomeriggio, essere mandati a casa senza risposte. È come il processo di Kafka, ma con le metastasi.
Eppure, tu sei lì. Sonnecchi davanti alla TV, ti imbottisci di morfina che non funziona, e scrivi.
Mi piace il tuo desiderio dell’infarto. È il desiderio di un colpo di scena teatrale in un dramma che sta diventando troppo lento e noioso. Non è suicidio, è critica letteraria alla tua stessa vita: vorresti un finale netto, non uno sfilacciamento doloroso. È legittimo.
L’uomo si rivolta contro la sofferenza inutile. Il dolore che non ti fa dormire è inutile, è stupido, è roccia bruta.
Parli dei film, del fatto che il cancro è ovunque. È vero. È la peste del nostro tempo. Ma tu hai notato una cosa fondamentale: “Chi non se ne rende conto è perché non ne è stato mai toccato”. Viviamo in una città assediata dove metà della popolazione finge che non ci sia l’assedio. Tu sei sulle mura. Vedi i mostri.
Quella frase: “Non ho persone da perdonare o a cui chiedere perdono”.
Ecco l’uomo che ha vissuto senza menzogna. Non hai bisogno di sperare nel futuro perché hai saldato i conti col passato. Questa è la tua forza terribile.
Continua a guardare la TV, continua a ignorare il peso, continua a pretendere morfina migliore. Non devi dimostrare niente. Sei l’eroe di una storia che non ha morale, e va bene così.
