36 consigli per essere più saggi e vivere felici

L’arte di essere saggi di Seneca è un librino che si legge in poco tempo, ma con un elevato livello di riflessione sulla nostra vita quotidiana. Da leggere e rileggere. Dal mio Kindle ho estratto 36 passaggi per ispirarti e invitarti alla lettura.

vivere felici

Che cos’è, innanzitutto, la saggezza? Secondo la definizione data dai vocabolari è la «capacità di valutare esattamente e di affrontare con lucidità e misura gli eventi e le situazioni, dando loro la giusta importanza alla luce delle esperienze passate, della propria prudenza e del proprio equilibrio interiore»

Il saggio di Seneca, che poi è quello degli Stoici, e in parte degli Epicurei, è colui che guarda le cose dall’alto, che ha raggiunto l’imperturbabilità, il distacco dalle passioni e da tutto ciò ch’è terreno, che non ha paura di nulla, nemmeno della morte, e non trema neppure di fronte al crollo dell’universo

Dolce è guardare dalla riva il grande affannarsi degli uomini sul mare agitato dai venti Condividi il Tweet

Dolce è guardare dalla riva il grande affannarsi degli uomini sul mare agitato dai venti, non perché veder soffrire gli altri sia piacevole, ma perché dolce, appunto, è constatare da quali mali siamo immuni noi.

Il saggio, infatti, non si lamenta delle sventure, che non possono toccarlo perché provengono dalla sorte, la quale non interviene nella vita di lui, non varca la soglia della sua casa, che ovviamente è piccola, modesta, senza pompa, dotata solo delle cose necessarie ai suoi bisogni naturali

Egli «basta a se stesso per vivere felice, non semplicemente per vivere: per vivere, infatti, gli occorrono molte cose, mentre per vivere felice gli serve solo un animo puro, fiero e noncurante della sorte»

Solo il saggio, il vero saggio, ha il privilegio di scoprire il gioco (e in ciò si rivela anche sapiente). Egli vede le vicende del mondo come la Storia di Dio proiettata sopra uno schermo, e perciò ne accetta e ne asseconda il gioco, e quante volte, che vinca o che perda, le labbra gli si schiudono al sorriso, in una sorta di complicità! In questa Storia egli può essere spettatore o attore, può essere un mistico o un guerriero (come Arjuna, l’eroe della Bhagavad Gita), ma in ogni caso porta sempre dentro di sé la consapevolezza che tutto rientra nel gioco, che tutto è già scontato, e quindi osserva con distacco, non senza un certo divertimento, l’affaccendarsi degli uomini che vanno di qua e di là come delle pedine sopra una scacchiera, ignare d’ogni mossa, ignare d’ogni evento, nonché del gioco stesso e della loro stessa inconsistenza.

In poche parole, è invulnerabile non chi non viene colpito, ma chi non si sente ferito Condividi il Tweet

In poche parole, è invulnerabile non chi non viene colpito, ma chi non si sente ferito: in questo è il privilegio del saggio, e te ne farò il ritratto partendo proprio da qui. C’è forse da dubitare se dia più affidamento una forza che non si lascia mai vincere o una che non viene mai attaccata? Nessuna certezza ci offrono quelle energie che non sono mai state messe alla prova, mentre è da considerarsi, e giustamente, saldissima quella fermezza che respinge tutti gli assalti.

Se noi accettiamo con animo calmo e sereno quello che è il peggiore di tutti i guai, al di là del quale nulla possono più minacciarci delle leggi ingiuste e crudeli né i tiranni più spietati e contro cui diventa vano tutto il potere della fortuna, se siamo convinti che la morte, la morte, dico, non è un male e perciò neppure un’ingiuria, a maggior ragione potremo sopportare le altre avversità, le disgrazie, i dolori, le infamie, gli esilii, le perdite dei nostri cari, le separazioni, mali, questi, che quand’anche assalissero il saggio e lo stringessero in cerchio tutti insieme non riuscirebbero a sommergerlo, e tanto meno lo potrebbero singolarmente. E se egli sopporta con animo equilibrato le offese della fortuna, quanto più facilmente sopporterà quelle degli uomini potenti, i quali sono per lui nient’altro che strumenti della fortuna stessa.

È ingiuria anche il privare uno di un giusto guadagno o di un successo a lungo sognato, soffiargli un’eredità ricercata con grande fatica o togliergli il favore di una famiglia ricca. Ma il saggio è esente da tutto ciò, inquantoché nella vita non ha né speranze né timori. Infatti, mentre chi riceve un’ingiuria l’avverte e si turba, il saggio, che è riuscito a sottrarsi alle lusinghe e agl’inganni della vita, che sa controllarsi e mantenersi in uno stato di placida e profonda serenità, è immune da ogni turbamento.

Per questo il suo animo è così elevato e sereno, per questo è sorretto da una letizia che non lo abbandona mai. Sino a tal punto egli non cede di fronte ai colpi degli eventi e degli uomini che l’ingiuria stessa finisce per essergli utile, nel senso che gli consente di mettere alla prova se stesso e di sperimentare la sua virtù.

Quando non hanno niente da fare, le persone deboli per natura o effeminate e suscettibili, perché non hanno mai conosciuto le offese vere, si risentono e si turbano di fronte a simili bazzecole, che il più delle volte sono frutto di un’errata interpretazione. Perciò chi si sente colpito da una contumelia mostra di non avere né giudizio né consapevolezza di sé, dal momento che si ritiene suscettibile di disprezzo: la sua amarezza è lo specchio di un animo mediocre, che tende ad abbassarsi, ad umiliarsi. Il saggio, invece, non si sente mai disprezzato, perché è consapevole della propria grandezza e non gli viene neppure in mente che qualcuno possa osare tanto contro di lui, perciò queste molestie dell’animo – non le chiamerei infatti sofferenze – non è che riesce a superarle, non le avverte proprio.

Le piccolezze, invece, non le sente nemmeno, né scomoda contro di esse la sua consueta virtù, avvezza a sostenere prove ben più dure: non le tiene insomma in alcun conto, o le considera degne di riso.

Il saggio sa che tutti quelli che offendono, siano essi togati o porporati, benché all’aspetto sembrino sani, in realtà sono simili a dei malati che non sanno controllarsi, per cui, come il medico non se la prende se uno, sotto l’effetto della malattia, osa dirgli qualche frase sgradevole, così egli rimane indifferente di fronte alle loro villanie, allo stesso modo in cui non tiene in alcun conto gli elogi che essi gli fanno. Analogamente non si compiace se un mendicante lo riverisce, né si ritiene offeso se un plebeo non gli restituisce il saluto, e neppure monta in superbia se molti ricchi lo guardano con ammirazione, in quanto sa che costoro non differiscono affatto dai mendicanti, anzi sono più miserabili, perché a chi vive di elemosina basta poco, loro, invece, hanno bisogno di molto.

Se infatti dovesse cedere anche una sola volta e turbarsi di fronte ad un’ingiuria o ad una contumelia, non potrebbe mai essere sicuro di sé, e la sicurezza, invece, è un bene proprio del saggio. E non commetterà mai l’errore di riconoscere apertamente di aver ricevuto un’offesa, per non dare importanza a colui che gliel’ha fatta: chi si duole di essere disprezzato dimostra infatti che sarebbe lieto di essere apprezzato, e ciò non è del saggio.

Chi litiga si mette sullo stesso piano dell’avversario, e vi resta anche se vince Condividi il Tweet

Chi litiga si mette sullo stesso piano dell’avversario, e vi resta anche se vince. «E se si piglia un ceffone, il saggio che cosa fa?». Quello che fece Catone quando fu schiaffeggiato: non andò in escandescenze, non si vendicò dell’ingiuria, e nemmeno la perdonò; negò semplicemente che gli fosse stata fatta. Ignorandola mostrò maggiore magnanimità che se l’avesse perdonata.

Mettetelo pure di fronte alle situazioni più difficili e intollerabili, quelle che non si vogliono nemmeno vedere o sentir nominare, egli non si lascerà abbattere da loro, che lo assalgano tutte insieme o singolarmente. Sbaglia chi pensa che il saggio alcune cose le sopporti ed altre no, che la sua magnanimità giunga sino a determinati limiti: non si vince la sorte se non si riesce a vincerla in tutto.

«Questi affronti che mi vengono fatti li merito o non li merito? Se li merito non sono un’offesa, sono un atto di giustizia, se non li merito non sono io che devo vergognarmi ma chi ha commesso questa ingiustizia».

Quando uno scherza sul mio cranio pelato, sulla mia vista corta, sulle mie gambe magre come due stecchini o sulla mia bassa statura, dove sta l’offesa?

Se uno ce lo dice a tu per tu ci ridiamo sopra, se di fronte a molti ci arrabbiamo, e neghiamo agli altri la libertà di ripeterci quelle cose che noi stessi siamo soliti dire sul nostro conto. Gli scherzi, se sono moderati ci divertono, se passano la misura ci fanno andare in bestia.

L’unico modo per togliere agl’insolenti e agli spiritosi la possibilità di offenderci è di prenderli in contropiede, canzonandoci da noi: chi ride per primo di se stesso non viene preso in giro da nessuno.

Aggiungi poi che non dare soddisfazione a chi ti ha insultato, riconoscendo l’offesa fatta, è già un modo di vendicarsi. In questo caso chi offende è solito dire: «Che sfortuna! Credo che non abbia capito». Ciò perché lo scopo della contumelia è proprio quello di attirare l’attenzione e suscitare lo sdegno di chi la riceve.

Caligola vedeva insulti ad ogni angolo, contro di sé, ed è naturale che i primi a voler offendere siano proprio quelli che non riescono a sopportare le offese.

teniamo presente che la libertà non consiste nel non soffrire niente – sbagliamo se la pensiamo così – bensì nel metterci al di sopra delle offese e nel sentirci tali da godere solo di ciò che ci deriva da noi stessi, nel dare un taglio netto a tutte le cose che ci sono estranee, per non essere costretti a passare la vita nel timore che tutti ci deridano e ci sparlino addosso.

Se una saggezza perfetta rende felice la vita, una saggezza imperfetta, o non ancora pienamente raggiunta, la rende quantomeno sopportabile. Non basta, però, aver chiaro questo concetto, bisogna confermarlo e scolpirlo nel profondo dell’animo giorno per giorno con un’assidua meditazione, perché mantenere i buoni propositi richiede maggiore fatica che concepirli: bisogna insistere e irrobustire tutte le nostre forze con un’applicazione costante, sino a che l’animo non diventi buono, come buona è la nostra intenzione…

La filosofia plasma ed educa l’animo, insegna a distribuire opportunamente la vita, guida le nostre azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, è come un timoniere che mantiene la giusta rotta in un mare agitato e pieno di rischi.

Vuoi la ricchezza e in più essere anche saggio? La saggezza per te non è che un’aggiunta, un ornamento, e perdipiù l’ultimo, della vita? Se già possiedi qualcosa, dedicati alla filosofia (come potresti sapere, altrimenti, se quel che possiedi ti basta?), se invece sei povero, cercala prima di qualunque altra cosa

Solo la voglia del vero bene, anche se smodata, è priva di rischi Condividi il Tweet

Solo la voglia del vero bene, anche se smodata, è priva di rischi. Vuoi sapere quale sia questo bene e da dove provenga? Te lo dico subito: è quello che deriva da una coscienza retta, da propositi onesti e da un agire conforme, dal disprezzo di tutto ciò ch’è fortuito, da un tenore di vita tranquillo e costante, quale è quello di chi non si allontana mai dal giusto cammino intrapreso (6, 7).

La virtù del saggio non è una dote estranea alla natura umana, sbagli se pensi così, anche il saggio è soggetto ad aver paura, a soffrire, a impallidire: tutte queste, infatti, sono sensazioni fisiche, ma non costituiscono un male, diventano mali se avviliscono l’animo, se lo spingono a dichiararsene schiavo e a provare disgusto di sé…

Vedo che anche tu provi gli stessi stimoli e che con grande slancio aneli di pervenire alle più belle conquiste. Affrettiamoci a raggiungerle: soltanto allora la vita ci apparirà un beneficio; diversamente essa non è che un indugiare inutile, e per di più spregevole per coloro che vivono in mezzo alle brutture. Comportiamoci in modo che il tempo che trascorriamo sia interamente nostro, e non lo sarà se prima non avremo pensato a noi stessi

Il saggio, invece, non si addolora per la perdita di un figlio o di un amico, ma ne sopporta la morte con la stessa forza d’animo con cui è pronto ad accettare la sua: non ha paura di questa più di quanto non si dolga di quella. La virtù, infatti, è armonia, e a questa si conforma e si accorda la condotta del saggio, in tutte le cose.

Epicuro, benché tormentato da difficoltà urinarie e dal dolore di un’ulcera inguaribile al ventre, esclamò: «Sono felicissimo anche in questo mio ultimo giorno».

Anche noi, dunque, possiamo mostrare di fronte alle sventure la stessa forza d’animo, se vogliamo liberarci dalla loro schiavitù. Rifiutiamo innanzitutto i piaceri, i quali snervano, rendono fiacchi e pretendono molto, un molto che poi dipende dalla fortuna.

Mettiamo da parte l’oro, l’argento e tutto ciò che riempie le case dei ricchi: la libertà richiede sacrifici. Se la si apprezza molto, tutto il resto non conta

All’invidia potrai sottrarti se eviterai di metterti in mostra, di ostentare i tuoi beni esteriori, se saprai godere solo di quelli che sono dentro di te.

Metti dunque da parte tutto ciò in cui non sarai mai superiore agli altri, non sforzarti in cose che sono estranee alla tua natura e volgiti al tuo bene.

Sei un animale fornito di ragione: rendila perfetta, questo è il tuo bene Condividi il Tweet

Sei un animale fornito di ragione: rendila perfetta, questo è il tuo bene. Richiamala alla sua meta, falla cre scere quanto più può. Ritieniti felice solo quando ogni gioia ti verrà dal tuo intimo, quando in mezzo a tutti quei beni che gli uomini cercano, acchiappano e custodiscono gelosamente non ne troverai uno solo che tu possa non dico preferire ma neppure desiderare.

una piccola norma in base alla quale potrai misurare via via il tuo cammino verso la saggezza e accorgerti, alla fine, di avere raggiunto la perfezione: quando avrai capito che gli uomini comunemente felici sono in realtà i più infelici, allora e soltanto allora avrai pieno possesso della tua ricchezza

L’arte di essere saggi con meno di 2 euro

 

Foto Credit