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Strisce positive

Dall’app Kindle, qualche giorno fa, ho tratto questo screenshot. Per oltre 3 anni, ogni settimana ho aperto il mio lettore di ebook e ho letto almeno qualche pagina di libro. Lo stesso per 160 giorni consecutivi, oggi diventati qualcuno in più.

Lo condivido pubblicamente come stimolo a leggere come abitudine quotidiana. Se prendi in mano tutti i giorni il tuo smartphone, allo stesso modo puoi aprire l’app per leggere un libro. Il gesto è lo stesso, con la differenza che di solito l’obiettivo è non pensare e scorrere i contenuti della tua social droga preferita col cervello quasi sempre spento. Con l’app per leggere libri dici invece al tuo cervello che lo vuoi tenere acceso, anche fosse per rilassarti e leggere qualcosa di leggero. Non è la stessa cosa. Di fatto è la differenza tra lasciarsi vivere e vivere consapevolmente.

Buona lettura!

P.S.

Non hai bisogno dell’app Kindle per ricreare lo stesso stimolo a leggere tutti i giorni. Ti basta usare un’app (Daylio, per esempio) o un taccuino dove segnare ogni giorno che ripeti l’abitudine che ti fa star bene e ogni mattina la controlli. Inizia e dopo un po’ diventerà quasi automatico.

Di battaglie e gentilezza

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Ogni persona che incontri sta combattendo una dura battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre

Platone

La frase di cui sopra è attribuita a Platone, in un virgolettato dentro Nella polvere, romanzo di Lawrence Osborne pubblicato da Adelphi.

Da quando l’ho letta, non smetto di pensarci. Ci penso ogni volta che qualcuno mi fa un torto. Ci penso ogni volta che interagisco con uno sconosciuto che si comporta in modo frettoloso, strano, scortese. Ci penso ogni volta che sento qualcuno avere un’uscita infelice.

Non la considero una patente a comportarsi male e a farla franca, anzi. Penso che ci voglia coraggio a essere comprensivi e cercare di capire l’altro, anche quando le circostanze sembrano inequivocabili. Ci vuole pazienza. Ci vuole empatia. Ci vuole ascolto e anche comprensione. Non è per niente facile, ma credo che, alla fine, sia questa la base del vivere civile. Cercare di capire, anche quando è più facile ignorare o dare risposte preconfezionate.

Pensaci.

Saper Imparare apre ufficialmente oggi con un Open day

19 anni dopo aver aperto il mio primo blog, eccomi di nuovo a lanciare un nuovo progetto digitale di condivisione di contenuti. Saper Imparare è finalmente realtà. Oggi pomeriggio ho organizzato un semplice evento online per raccontarne la nascita, gli obiettivi, il funzionamento e raccogliere domande, suggerimenti, proposte.

L’evento è aperto a tutti.

Per partecipare: https://lu.ma/v7a37q9a

Nei prossimi giorni avrò modo di raccontarne il dietro le quinte, per ispirare altri che volessero percorrere la stessa strada.

Siamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere

La preoccupazione per la buona vita va contrapposta alla lotta per la sopravvivenza. La società dominata dall’isteria della sopravvivenza è una società di non morti. Siamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere. Nella preoccupazione esclusivamente rivolta alla sopravvivenza noi siamo uguali al virus, questa creatura non morta che si limita a moltiplicarsi, quindi a sopravvivere, senza vivere.

La società senza dolore di Byung-Chul Han

Ci aspetta un altro mese in cui non sarà possibile uscire dal proprio comune, se non per motivi di lavoro/salute/necessità. I contatti sociali tornano a essere fortemente ridotti e restano chiusi tutti i luoghi di aggregazione e socializzazione. C’è un motivo più che valido per accettare tutto ciò: ospedali e terapie intensive oltre le soglie di allarme. Punto, non c’è nulla da discutere.

Reel on sailboat with sails sailing on water with horizon in the background
Credit: Jonathan Smith

Detto questo però, dobbiamo continuare a vivere. Vivere significa pensare al nostro futuro, pensare a diventare una versione migliore di noi stessi, continuare a essere curiosi della vita, a tenerci in forma, a mangiare sano, a coltivare passioni e relazioni. Dobbiamo mantenere la testa alta, continuare a navigare nell’oceano della vita.

Non abbiamo imparato niente su come prevenire le infezioni in ambito domestico

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Considerando quello che ho passato nell’ultimo mese, mi fa un po’ rabbia leggere un post che avevo scritto un anno fa:

Xiao Ning, ricercatore del Chinese Center for Disease Control and Prevention, intervistato da BNN Bloomberg, sito canadese, dice che l’Italia dovrebbe seguire il modello cinese per l’isolamento dei malati lievi: non a casa, ma in strutture dedicate e sorvegliate. Nell’articolo si cita uno studio cinese che affermerebbe che l’80% dei contagi sarebbe causato da chi è in isolamento domestico.

L’isolamento domestico dei malati lievi non è la soluzione

I COVID Hotel sono stati pochissimi e largamente insufficienti. Diciamo le cose come stanno: abbiamo deliberatamente ignorato il problema e non abbiamo voluto trovare una soluzione, che avrebbe creato problemi logistici e di gestione dei malati. Se lo avessimo fatto, è facile prevedere che avremmo enormemente ridotto il numero totale di contagiati e avremmo certamente salvato la vita di qualcuno.

Non siamo stati capaci di andare oltre le esperienze dei nostri vicini europei e non abbiamo imparato nulla dai paesi asiatici che hanno gestito meglio la pandemia. Lo racconta molto bene Luca Ricolfi in La notte delle ninfee, che ti consiglio vivamente di leggere. Non siamo stati più bravi degli altri e, considerando che le politiche del nuovo governo sono di fatto le stesse del governo precedente, non abbiamo cambiato nulla.

Gli unici fattori che ci possono salvare sono due ed esterni: la disponibilità dei vaccini (insieme alla capacità che avremo di distribuirli e somministrarli velocemente) e la stagione estiva in arrivo. Si poteva fare meglio e di più.

È facile prevedere che la prossima volta che succederà di nuovo un’esperienza simile, per una variante del virus attuale o per un altro virus, faremo gli stessi errori, perché non c’è nessuno ancora che ha capito e ha ammesso di avere sbagliato. Quel che si dice imparare dall’esperienza…