Nuove e vecchie abitudini

Ogni tanto mi piace riflettere sui miei comportamenti e cercare di migliorarmi. Il miglioramento è un processo continuo che ha lo scopo di trovare un equilibrio migliore nell’uso limitato del tempo e dell’emergia. Avere un ritmo di vita regolare, una famiglia, un lavoro da ufficio può aiutare a trovare una routine da implementare con pochi ostacoli. Avere un ritmo di vita vario, con molti viaggi o trasferte di lavoro e periodi dell’anno, con stili di vita diversi, può rendere il tutto molto più difficile. Questo è quello che mi succede regolarmente: vado tre giorni in trasferta a Milano e rompo la routine della meditazione e del journaling del mattino. Passo alcune settimane a San Francisco e salta completamente la routine del limitare l’uso dello smartphone perché il fuso orario e gli amici in Italia generano un bisogno di relazione tramite lo schermo che a casa è meno pressante.

Tutto questo per dire che, dopo l’ennesimo periodo anomalo, da questa settimana sto cercando di trovare una nuova normalità e non c’è niente di meglio di un momento simile per evidenziare comportamenti negativi da sostituire con altri comportamenti. Proprio oggi ho cancellato Telegram dal mio telefono, perché ho realizzato che alcuni ostacoli inseriti per minimizzarne l’uso (lettura di giornali e download di ebook) non hanno avuto l’effetto sperato. Via l’app e il problema non si pone più. Per svolgere la stessa funzione dovrò accendere il computer e sedermi alla scrivania, cosa che non farò di certo in bagno, né al tavolo della colazione di prima mattina.

In momenti come questi, ripensando al passato, mi sono reso conto di come sono riuscito a togliere tante abitudini che credevo impossibili da modificare. Alcune tra quelle che mi vengono in mente: controllare messaggi e feed RSS già in bagno prima di fare colazione (con il primo smartphone tutto ciò avveniva già a letto appena sveglio, a dirla tutta), scorrere notifiche e nuovi aggiornamenti prima da Facebook, poi da Twitter. Oggi non solo Facebook è come se non esistesse per me, ma sono riuscito anche a ridurre quasi a zero l’uso di Twitter. Certamente la mia dipendenza è venuta meno: non lo cerco, non sento il bisogno di condividere nulla di ciò che sto facendo o leggendo, non ho alcuna voglia di vedere cosa hanno pubblicato i profili che seguo. Lo stesso vale in realtà per tutte le piattaforme social. Non ce n’è una che uso abitualmente o in cui pubblico qualcosa. Se vogliamo considerare questo spazio un social media (non è certo una piattaforma multiutente), per due mesi non ho sentito il bisogno di scrivere nulla o di condividere ciò che mi stava succedendo o altri stimoli culturali che mi hanno colpito.

Da un lato mi viene da dire quindi che cambiare abitudini è possibile. Ci vuole forza di volontà, ci vuole motivazione, ci vuole tempo e bisogna creare le condizioni. Vent’anni fa, appena arrivato a casa la sera avevo l’abitudine di accendere la televisione, cominciando dal telegiornale delle 20, continuando a tenere la tv accesa sui programmi a seguire, fino all’ora di andare a letto. Oggi questo bisogno non lo sento più. Torno a casa, preparo cena, metto un po’ di musica se mi va, riordino, ma di certo non sento il bisogno di accendere la televisione.

Dall’altro lato, vale per me, riconosco la tendenza a riempire i vuoti di abitudini negative, con altre abitudini negative, se il cervello non ha valutato consciamente un’alternativa altrettanto appagante e facile da implementare. I social media sono stati sostituiti con i siti di news o i giornali in PDF. In alcuni periodi da ebook e articoli messi da parte o da assenza di stimoli o, peggio ancora, da chat con altre persone. Cancellare un’abitudine negative, senza pensare al perché quella abitudine si è instaurata (solitudine, voglia di stimoli informativi, noia), vuol dire cadere in altre abitudini negative.

Sempre a proposito di abitudini, un motivo per cui la mia presenza attiva online si è rarefatta, qui per esempio, è che ho completamente perso l’abitudine a mettermi alla scrivania, accendere il computer e lavorare, una volta fatto colazione. Abitudine consolidata negli anni, ma che ho perso, venendo meno la maggior parte degli impegni che richiedevano una mia partecipazione attiva al mondo digitale, scrivendo/rispondendo a email, scrivendo articoli/libri, leggendo articoli altrui e facendo ricerche, curando relazioni di lavoro attraverso i social media. Tutto questo è in minima parte passato sullo smartphone (posso rispondere a una email, se mi viene voglia di controllarla) e in larga parte perso. Perso non per sempre, ma da molto tempo ormai, tanto da aver quasi creato in me una reazione negativa al sedermi alla scrivania. I benefici numerosi: mal di schiena sparito, ore di tempo liberato per altre attività sociali, ricreative, all’aria aperta e intellettuali.

Altra nota interessante, dopo aver spostato tutte le newsletter a cui sono abbonato su una app con una casella dedicata e dopo aver cancellato l’app dallo smartphone per liberarmene temporaneamente, ho perso anche l’abitudine a consultare e leggere (e seguire i link) le stesse newsletter. Negli ultimi due mesi le avrò consultante dal web un paio di volte o poco più, in sessioni utili più a cancellare abbonamenti che a seguire link. Mi sono mancati questi stimoli? No. Eppure fino a sei mesi fa era questo il modo in cui impiegavo il tempo durante i pasti: leggere le newsletter informative quotidiane e quelle settimanali periodiche. Mi sento meno informato su quello che succede nel mondo? No. Questa, secondo me, è l’ennesima dimostrazione che non abbiamo bisogno di passare ore e ore a ricevere e processare migliaia stimoli informativi ogni giorno. Devo farlo il giornalista che lavora in una redazione e ha il compito di scorrere tutti i lanci d’agenzia su un certo argomento durante il giorno. Io e te, per quanto possiamo lavorare nel mondo dei media e dell’informazione o vogliamo essere cittadini informati, non ne abbiamo bisogno.

Quello che ho capito negli ultimi mesi, anche dalla lettura di Minimalismo digitale, uscito in italiano con questo titolo, è che per stare bene, fisicamente e mentalmente, ho bisogno di passare più tempo fuori, di ascoltare e parlare di persona con altre persone e di dedicare più ore del giorno a un lavoro manuale/fisico (giardinaggio, cucina e non solo). Meno tempo seduto davanti a uno schermo – tablet, computer, televisione, smartphone cambia poco – e più tempo a muovere muscoli del corpo – lo yoga è fantastico in questo senso – e la vita è un’altra vita. Questo vale ancor di più per chi fa un lavoro che lo porta a stare seduto davanti a uno schermo. Il resto del tempo libero non dovrebbe essere passato davanti ad altri schermi. Ciò è quanto ho imparato negli ultimi mesi e di cui voglio lasciare qui una traccia.