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La sindrome da rientro, che non c’è

Scritto da:

Luca Conti

Sto cercando di estrarre qualche perla e qualche riflessione intelligente dalle decine di blog post che attendono la mia attenzione da giorni, se non da settimane. Tra i più recenti, un post parla del disagio del rientro al lavoro dopo la pausa natalizia, che in Italia non è ancora proprio finita, e di cosa si può imparare da questo disagio:

It’s common to hear people talk about how it can take a few days to transition from their work selves into something resembling the relaxed selves they covet when on vacation. But the reverse is also true: if you’ve taken a week or more away from work (and I hope you have, recently), then the transition back to work isn’t going to happen on a dime.

On the latter point, the dissonance that can happen when you come back to work after some time away is a kind of messenger. It’s so easy when caught up in the day to day to become complacent about your own needs; it’s nearly a necessity, in a lot of ways, because regularly coming face-to-face with how an environment or circumstance isn’t enough can be so dispiriting. And as coping mechanisms go, this isn’t a bad one: no workplace is or can be perfect

Listen to the messengers that show up, the ones that tell you which problems you have let linger, which distractions have grown too big, which needs you have subverted for too long. Ask questions but defer giving any conclusive answers. And remember that you never land in the exact same place that you took off from. Reentry both demands change and opens up the space to make it: hold that space open for as long as you can.

Non per dover per forza fare eccezione, ma ovviamente non mi ci riconosco.

Cosa succede quando il confine tra lavoro e non lavoro non è più netto, quando il tempo del lavoro attivo e il tempo dedicato alla pausa si invertono? Cosa succede quando il rientro è in realtà un momento di pausa, prima del prossimo viaggio e della prossima esperienza non lavorativa? Cosa succede quando il giocattolo è invertito?

Non so dargli un nome ma questa è la situazione in cui mi trovo e in cui mi sento proprio in questo momento. Non ho un punto di riferimento nell’ufficio o nell’ambiente di lavoro, perché si è sempre mescolato a quello non lavorativo. Il viaggio o l’esperienza non lavorativa, soprattutto quest’anno, non sono una parentesi ma parte integrante della vita, al pari del lavoro non se non di più, da qualche anno a questa parte. Che sia questo il punto d’arrivo a cui si riferisce l’autrice del post?

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